Abstract
In the second half of the 19th century we witnessed the phenomenon of scientific dissemination which aimed to spread the ideas of Science to non-experts. Naturally, this event also involved Earth Sciences and, last but not least, Paleontology. The work briefly reconstruct the knowledge inherent to the paleontological aspects of the Veneto and their dissemination to a non-expert audience. The survey was mainly carried out within a private collection of natural science texts, datable between the second half of the 19th century and the early 20th century. Popular texts by Dionysius Lardner, Friedrich Schödler, Louis Figuier, Paolo Lioy, Gaetano Negri and Giovanni Omboni were identified.
Riassunto
Nella seconda metà del XIX secolo si assistette al fenomeno di divulgazione che mirava a diffon-dere le idee della Scienza ai non addetti ai lavori. Questo evento interessò, naturalmente, anche le Scienze della Terra e non ultima la Paleontologia. Vengono qui ricostruite brevemente le conoscenze inerenti agli aspetti paleontologici del Veneto e alla loro diffusione ad un pubblico di non esperti. La ricognizione è stata fatta principalmente all’interno di una collezione privata di testi di scienze naturali, databili tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi del Novecento. Sono stati enucleati testi di carattere divulgativo di Dionysius Lardner, Friedrich Schödler, Louis Figuier, Paolo Lioy, Gaetano Negri e Giovanni Omboni.
Introduzione
Verso la metà del XIX secolo in Europa, sulla scorta dello spirito positivista che pervase la cultura dell’epoca, si assistette ad un fermento intellettuale che innescò e favorì la diffusione delle idee e dei ritrovati della Scienza e della Tecnologia del periodo. Questo fenomeno fu particolarmente vivace nel pieno della seconda metà del secolo, interessando anche la neonata Italia. Nell’Italia post unitaria, tuttavia, il fenomeno di diffusione, popolarizzazione e divulgazione della Scienza ebbe espressioni più timide e ritardatarie ma non meno importanti e significative rispetto agli altri Paesi europei. Da un lato, quindi, si mise in essere un’opera di strutturazione delle figure tecniche che avrebbero guidato il nuovo Stato italia-no dall’altro si cercò di aspirare all’alfabetizzazione e divulgazione scientifica e culturale di quante più persone possibili. Programma, quest’ultimo, tanto ambi-zioso quanto difficile ma importante. A livello editoriale presero vita numerose collane, saggi e riviste, atte a veicolare cultura a tutto tondo non tralasciando gli ambiti scientifici. Basti pensare alla monumentale pubblicazione dei Manuali Hoepli ed anche alla pubblicazione di periodici di “volgarizzazione” scientifica come La Scienza per tutti e i volumetti della Biblioteca dell’utile e ancora alle tante notizie di carattere scientifico veicolate nelle pagine di riviste generaliste (goVoni, 2002; goVoni, 2011). In questo fenomeno di semplificazione e divulgazione scientifica trovarono spazio anche le Scienze naturali comprese
le Scienze della Terra (Vaccari, 2013). Nell’ambito del sopracitato fenomeno ottocentesco di diffusione di concetti e conoscenze scientifiche anche a livello popolare, ha altresì trovato spazio la divulgazione in ambito paleontologico e, nello specifico, quella riguardante la Paleontologia del Veneto.
Il Veneto, peraltro, può annoverare alcuni insigni studiosi di Paleontologia tra i quali a titolo esemplificativo ricordiamo Tommaso Antonio Catullo (1782-1869), Roberto de Visiani (1800-1878) Achille De Zigno (1813-1891), Abramo Massa-longo (1824-1860), Giovanni Omboni (1829-1910), Paolo Lioy (1834-1911) che produssero importanti contributi di rilievo accademico sulla Paleontologia del Veneto (lazzari, 2002). Alcuni di questi si cimentarono anche nella divulgazione paleontologica e geologica come Omboni e Lioy.
Materiali e metodi
Per inquadrare le nozioni di Scienza popolare e divulgativa ottocentesca rela-tivamente ad aspetti paleontologici del Veneto, ho rintracciato alcune opere di “volgarizzazione” e divulgazione naturalistica sia italiane che straniere, edite nella seconda metà dell’Ottocento. Le opere straniere sono state consultate prin-cipalmente nella versione tradotta in lingua italiana e integrate con note relative alla realtà della nostra penisola o del Veneto. La ricognizione è stata effettuata primariamente all’interno di una collezione privata di testi di Scienze naturali con esemplari databili tra gli anni Sessanta dell’Ottocento e gli anni Venti del No-vecento. Una ulteriore ricerca è stata effettuata all’interno di alcuni database di opere digitalizzate e consultabili liberamente. Brevi approfondimenti sono stati condotti nella letteratura di Storia della Scienza al fine di meglio contestualizzare e definire i contorni epistemologici all’interno dei quali si venne a sviluppare la divulgazione sugli aspetti paleontologici del Veneto nell’Ottocento. Successivi approfondimenti, condotti con metodologia maggiormente stringente, sono in fase di vaglio e realizzazione.
Note per la lettura: nel testo si fa riferimento ad opere di “divulgazione scientifica” in senso generale. Per una distinzione più accurata sulla differenza tra “scienza popolare” e “divulgazione” tra Ottocento e Novecento si rimanda al saggio di Govoni, Dalla scienza popolare alla divulgazione, (goVoni, 2011). I termini in corsivo nel testo sono quelli propri utilizzati dai vari Autori; nell’utilizzo della terminologia stratigrafica si è rispettato l’utilizzo dei termini impiegati dai singoli Autori sia in riferimento a divisioni di tipo stratigrafico che di tipo cronologico. Le divisioni cronologiche dei terreni, sebbene concordi in linea generale, possono variare da un Autore all’altro. Un buon riferimento sulla cronologia dei terreni è quello adottato da Lioy nella tavola a colori dell’opera Escursione sottoterra (lioY, 1873) (Fig. 1).
Risultati e discussione
Il primo testo individuato è quello dell’irlandese Dionysius Lardner (1793–1859) (lunneY, 2009) La Terra facente parte dell’opera in 6 volumi Il Museo delle Scienze e delle Arti, traduzione italiana del 1860 co-edita da Vallardi e Marghieri (lardner, 1860). Si tratta di un’opera di divulgazione scientifica di alto livello concepita quasi come un Museo di Scienze naturali, fisiche e applicate. I volumi che la compongono sono dedicati alla Terra (volume 1), al Cielo (volume 2), alla Fisica (volume 3), alla Meccanica e all’Industria (volume 4), ai Mezzi di comunicazione (volume 5) e ad alcuni aspetti di Storia naturale tra cui l’uomo e alcuni animali (volume 6).

Immagine tratta dall’opera di Paolo Lioy, Escursione sottoterra, IIa edizione, 1873 [Collezione privata A. Cozza].
Il primo volume, La Terra per l’appunto, tradotto in italiano da Omboni, Ferrari e Ferrini, affronta la descrizione del nostro pianeta sotto gli aspetti geografici, geologici, paleontologici e fisici. Vi si riscontrano molti paragrafi dedicati alla realtà italiana e non ultima quella veneta ma, per lo più, si tratta di integrazioni dei Traduttori e in particolare di Giovanni Omboni. Nelle versioni originali in lingua inglese dei testi di Lardner, i riferimenti al Veneto, per quanto sono riuscito a valutare, sono pressoché quasi assenti (lardner, 1856). Le prime attinenze geo-paleontologiche venete che si riscontrano nel volume italiano sono rappresentate da uno schema riassuntivo sui Terreni sedi-mentari del Tirolo, del Veneto e dell’Istria in cui sono illustrate le varie tipologie di terreno dall’era paleozoica all’epoca attuale. L’esposizione entra nel vivo con la descrizione dei terreni del Trias e vengono ricordati i contributi, tra gli altri, di Maraschini, Catullo, Pasini e De Zigno (lardner, 1860 p. 404). Segue poi la descrizione del terreno giurese (Giurassico n.d.a.) con una breve disamina sulle valli dei fiumi Piave, Brenta, Astico, Agno e Adige. In particolare il Compilatore rammenta come sopra gli strati del Trias di queste valli si riscontri un calcare a cui corrispondono, in altre parti del Veneto, scisti argillosi e calcari con fossili liasici (fossili del terreno del Lias). Sopra tali terreni si rinvengono calcari con
scarse tracce di fossili coperti da strati rossi conchigliferi. Si rinviene, inoltre, qualche traccia di piante fossili, dice il Compilatore, a Rotzo, nei Sette Comuni. In successione si ritrovano marmi rossi e gialli e soprattutto quelli con sovrab-bondanza di resti di ammoniti: i calcari ammonitiferi. I suddetti strati sono propri del Bellunese del Veneto occidentale e tracce se ne troverebbero anche sui Colli Euganei (lardner, 1860 p. 435). Segue poi la descrizione del terreno cretaceo che
«forma dunque la parte superiore dei terreni secondarii, e sta immediatamente sotto ai terziarii» (lardner, 1860 p. 441). Ben rappresentato nelle Alpi meridionali, il terreno cretaceo è per lo più evidente in alcune zone di Lombardia e Veneto. In quest’ultimo il terreno cretaceo, composto da calcari, si trova a ridosso delle Alpi. Quello che si trova sopra al terreno giurese è il biancone di color bianco, e contiene fossili. Al di sopra di questo si trovano calcari argillosi e marnosi (rossi e bianchi), anche questi con inclusioni fossili (del gault) (lardner, 1860 pp. 446-447). Il Compilatore passa ora ad illustrare i terreni terziari, all’epoca suddivisi in inferiore, medio e superiore corrispondenti all’Eocene, al Miocene e al Pliocene (lardner, 1860 p. 450). La trattazione dà quindi ampio spazio alla disamina al terreno eocenico che nel Vicentino e nel Veronese presenta caratteri particolari: «Ma per il Vicentino e il Veronese è necessario aggiungere che agli strati sedimentarii nummulitiferi sono uniti alcuni strati marnosi, ricchissimi di pesci fossili al Monte Bolca, ed altri strati, che sono d’origine mista, acquea e vul-canica, perché composti di granelli basaltici tenuti da un cemento non vulcanico, e regolarmente stratificati. Pare dunque che durante l’epoca eocenica abbiano agito nel Vicentino le azioni vulcaniche, mandando fuori delle ceneri ed altri detriti, che si depositarono insieme coi sedimenti marini e formarono le brecciole basaltiche. Tra Vicenza, Schio e Verona tutte queste rocce eoceniche sono ripiegate, sconvolte e rotte in mille guise, così che non sempre si possono facilmente distinguere dalle cretacee e da quelle più recenti» (lardner, 1860 p. 456). Descrive, quindi, dove si riscontrano maggiormente alcuni tipi particolari di rocce (lardner, 1860 pp. 456-457):
- brecce basaltiche: Tomba, Bolca, Castelgomberto, Montecchio Maggiore, Monteviale;
- argille e calcari nummulitici: Schio, Val d’Agno, Magrè, Castelgomberto, Priabona, fra Agno e Chiampo, tra il Chiampo e Verona;
- scisti marnosi con resti di pesci fossili (congiuntamente alle rocce nummulitiche o alle brecce basaltiche): Bolca, Novale, Salcedo;
- lignite: Monteviale, Bolca, tra Arzignano e Chiampo, Salcedo, Novale, Cor-nedo, Bulli.
I riferimenti al Veneto nell’opera del Lardner, nel capitolo dedicato alla storia della Geologia e ai suoi insigni protagonisti, si chiudono citando studiosi del calibro di Da Rio, Corniani, Marzari-Pencati, Maraschini, Catullo, Pasini, Massalongo sottolineando così una certa vitalità di interessi e ricerche anche nel nord-est della penisola italiana (LARDNER, 1860 p. 504).
Il secondo testo individuato è Il libro della Natura di Friedrich Karl Ludwig Schödler (1813-1884). Schödler fu naturalista e prolifico autore ed è conosciuto principalmente per l’opera Das Buch der Natur la cui prima edizione tedesca risale al 1846 e che ha avuto numerosissime riedizioni e traduzioni (heSS, 1891). Il libro della Natura, traduzione italiana del 1865 con note e aggiunte di Angelo Fava e Francesco Cortese, eseguita sulla tredicesima edizione tedesca, è un’opera in due volumi dedicata al mondo della natura e destinata ai cultori delle Scienze naturali ma anche agli alunni delle scuole secondarie e degli isti-tuti tecnici. Riccamente illustrato da accattivanti incisioni, il Volume 1 spiega concetti e idee di Fisica, Astronomia e Chimica mentre il Volume 2 racchiude nozioni di Mineralogia, Geologia, Botanica, Fisiologia e Zoologia. I riferimenti
agli aspetti paleontologici del Veneto risultano decisamente esigui ma, ad ogni modo, presenti. Il primo consiste nell’accenno al cosiddetto biancone del Veneto quale formazione del sistema jurese in Italia: il Compilatore elenca succintamente le formazioni giurassiche che dagli strati più superficiali a quelli più profondi sono il calcare bianco (a cui appartiene, per l’appunto, il biancone del Veneto e la maiolica in Lombardia), il calcare rosso ammonitifero, il calcare bigio silicifero, il calcare nero e gli schisti marno-carboniosi (Schödler, 1865 pp. 157-158). L’Autore procede poi con la descrizione del sistema della creta (terreni cretacei) divisibile convenzionalmente nella sezione della creta bianca, del gres verde e nel terreno neocomiano (Schödler, 1865 pp. 163-164). Relativamente all’Europa meridionale si accenna ai calcari marnosi ed alle arenarie ricche in conchiglie nummulitiche che sono presenti in Veneto come pure in Lombardia, in Toscana e nel Napo-letano e che sono assimilabili alla creta bianca tipica della Francia (Schödler, 1865 p. 166). Infine, nella disamina del terreno terziario (sistema della molassa), si accenna ai depositi terziari italiani ricchi in fucoidi e nummoliti tra cui quelli veneti di Montecchio e di Bolca (Schödler, 1865 p. 167-168).
Si passa ora al terzo testo, una sorta di best-seller della letteratura scientifica divul-gativa della seconda metà dell’Ottocento: La terra prima del diluvio di Guillaume Louis Figuier (1819-1894) edita in italiano dai Fratelli Treves nel 1872 (Figuier, 1872). Louis Figuier, laureato in medicina, docente di chimica nelle scuole di farmacia, fu tra i più noti e prolifici divulgatori scientifici francesi. Sua una pro-duzione poliedrica di libri di Scienza che abbracciano ambiti eterogenei: dalle “meraviglie” delle allora nuove tecnologie, alla vita delle piante e degli animali, fino all’Uomo primitivo e alla comparsa della vita sulla Terra (enciclopedia ita-liana, 1932). Quest’ultimo aspetto è affrontato nell’opera La terre avant le déluge del 1863. Come si evince dall’Avvertenza dell’Editore italiano del 1872 «La terra prima del diluvio ebbe in tre anni in Francia sei edizioni, esitò 40000 esemplari, fu tradotta in tedesco, in inglese, in svedese, in russo. Esso forma una introduzione popolare e classica ad un tempo, allo studio della geologia. Presenta nel modo più chiaro e pittoresco i principii fondamentali della geologia e della paleontologia, fa conoscere l’origine, le diverse evoluzioni e trasformazioni del nostro globo, e dà l’idea esatta dei differenti esseri organizzati che precedettero sulla terra l’uomo e la sua creazione» (treVeS, 1872 p. V). L’edizione italiana si avvale della traduzione e, soprattutto, delle note e integrazioni di Camillo Marinoni (1845-1883) così da offrire un prodotto versatile e maggiormente aderente alla realtà della penisola italiana: «Noi, secondo il nostro costume, non presentiamo una traduzione pura e semplice. Siccome ogni scrittore, perfino negli studi generali di scienza, ha in vista specialmente il proprio paese, – così crediamo obbligo di chi intraprende la versione di un’opera straniera darle un aspetto nazionale. Perciò abbiamo affidato questo lavoro ad un giovane e distinto scienziato, il dottore Camillo Marinoni, assistente alla direzione del Museo Civico di Milano. Come i lettori vedranno, il signor Ma-rinoni ha dato una originalità spiccata a quest’opera. Dopo la descrizione di ogni terreno, un capitolo speciale ci insegna come lo stesso terreno sia rappresentato nella nostra Italia» (treVeS, 1872 p. V). Proprio nei capitoli aggiuntivi del Marinoni, che in parte si ispirano alle ricerche di Antonio Stoppani (1824-1891), si riscon-trano numerose descrizioni della realtà paleontologica del Veneto. Si parte dalla descrizione dei terreni triassici, ben rappresentati secondo l’Autore dalla catena delle Prealpi e abbondantemente studiati in Lombardia e Veneto da Franz von Hauer (1822-1899) e dai sopracitati Stoppani e Omboni (marinoni, 1872a – p. 67). Le formazioni del Trias inferiore, caratterizzate da arenarie variegate, sono facilmente riconoscibili, tra l’altro, nelle Prealpi del Veneto, nella Val Sugana, a Recoaro. I fossili rinvenibili sono in linea generale per il Trias inferiore acefali (bivalvi) e gasteropodi (marinoni, 1872a – p. 68). Le formazioni del Trias medio o calcare conchigliaceo, contraddistinte da calcari bigi nerastri e dolomie cavernose
sono anch’esse caratteristiche a Recoaro e dintorni «dove si rinviene in essi una fauna brillante e ricchissima di Acefali, (Myophoria, Lima, Gervillia ecc.), di Brachiopodi, (Terebratula e Spirifer) e di Crinoidi peduncolati…» Nei terreni del Trias superiore (alternanza principalmente di marne e calcari) si individuano in particolare i corrispondenti dei cosiddetti strati di Hallstatt austriaci che nella Lombardia e nel Veneto consistono in calcare dolomitico con sovrabbondanza di fossili (marinoni, 1872a – p. 69-70) e ancora gli strati di Raibl, sempre con presenza di fossili (marinoni, 1872a – p. 70). Dopo un breve accenno al terreno dell’infralias (ricordiamo che il Figuier suddivide il periodo giurese in Infralias, Lias e Oolite n.d.a.), rappresentato nel Veneto da banchi di dolomie e di calcare, Marinoni passa ad illustrare specificatamente i terreni giuresi in Italia. Relati-vamente al Veneto si individuano nuclei di terreno giurese principalmente tra Belluno e la Val Sugana e tra Belluno e il Friuli e tra Bassano e i Sette Comuni. Elementi di flora fossile sono abbondanti (marinoni, 1872b – p. 94). Segue la descrizione, sempre compilata ad hoc dal Marinoni per l’edizione italiana, dei Terreni cretacei d’Italia che nel Veneto risultano particolarmente estesi con for-mazioni nei Colli Euganei, a Schio, nei Sette Comuni presso Belluno [sic!], nel Veronese e a Recoaro (marinoni, 1872c – p. 111). Infine, giunti alla descrizione dell’epoca terziaria – che Figuier ripartisce in tre periodi eocene, miocene e plioce-ne – il Marinoni inserisce un altro capitolo specificatamente dedicato alla realtà della penisola italiana riguardante i Terreni terziari in Italia. «L’Italia» scrive il giovane naturalista milanese «è una delle regioni d’Europa dove più che mai sono sviluppati i terreni terziari» e ne descrive il terreno eocenico che per il Veneto è particolarmente significativo: «In special modo rimarchevoli sono nel Veneto due depositi riferibili all’epoca eocenica. Nel Veronese e propriamente a monte Bolca si incontrano alcuni strati marnosi ricchissimi di pesci fossili. Sono vere pesciaie dove tutti i naturalisti e tutti i musei si provvedono di fossili assai ben conservati e che furono in gran parte illustrati prima dal Volta e poi dall’Agassiz. Nel Vicentino invece v’ha un deposito misto di origine acquea e di origine vulcanica, composto di granelli basaltici e dappertutto regolarmente stratificati. Quegli strati sono inoltre attraversati da filoni di basalte, e in quelle breccie il mineralogista vi cerca moltissimi minerali della classe delle zeoliti (mesotipo, analcimo, stilbite, cabasia); fatti che tutti concorrono ad attestare come nel Vicentino durante l’epoca eocenica ebbero luogo delle eruzioni vulcaniche i cui detriti si deposero stratificati dal mare nel bassofondo che circondava in quella località un intero arcipelago di conetti. Rocce analoghe si trovano tra Vicenza, Schio e Verona, nei Colli Berici e nei Colli Euganei, misurando l’estensione di quella regione vulcanica d’allora e si veggono per di più ripiegate e contorte in mille guise, ma pur sempre richiudente gli avanzi di quegli animali che abitavano quel periglioso seno di mare» (marinoni, 1872d – p. 141).
Un quarto testo divulgativo individuato è Escursione sottoterra di Paolo Lioy (1834-1911), del quale in questa sede si vaglia la seconda edizione, riveduta e ampliata dall’Autore, del 1873 e pubblicata ancora una volta dai torchi dei Fra-telli Treves Editori di Milano. Lioy, nato da famiglia benestante fu amante delle Scienze naturali e fu protagonista della vita politica e culturale della seconda metà dell’Ottocento. Pubblicista, saggista, provveditore agli studi, parlamentare e senatore, ebbe un’intensa attività di divulgazione scientifica di cui Escursione sottoterra (prima edizione 1868) ne rappresenta un fulgido esempio (zaValloni, 2005). L’intento dell’opera e del suo Autore è chiaramente esposto con enfasi, nell’Avvertenza degli Editori: «Divulgare le notizie attinenti ad una scienza, che negli ultimi tempi è salita a tanta altezza, la paleontologia; ecco lo scopo di Paolo Lioy che il pubblico italiano e il mondo scientifico hanno accolto già con tanto favore, che oggi possiamo presentarne la seconda edizione dopo solo quattro anni. Le varie popolazioni di viventi che al succedersi delle epoche geologiche abitarono il globo, le rivelazioni degli animali e delle piante fossili intorno alla storia primitiva della terra, agli antichi climi, alle antiche configurazioni geografiche, il magnifico svolgersi delle forme organiche dall’aurora della vita fino all’epoca in cui compa-riscono le più vetuste tracce dell’umanità, i monumenti anteriori ad ogni storico ricordo: ecco il tema della Escursione sotterranea. Di questa nobilissima scienza nessun trattato popolare esisteva in Italia prima di questo e forse neppure le altre nazioni possono vantarne di fatti con profondità di vedute e in forma assieme amena e comprensibile anche ai profani delle scienze naturali. Fra le pagine che nel gran libro dell’Universo scrivono i fossili, l’autore ha scelto a preferenza quelle prezio-sissime che ad ogni piè sospinto si trovano in Italia; ed è certo la prima volta che in un libro adattato alla intelligenza di tutti si svelano i tesori che anche in questo ramo di scienza racchiude la nostra patria; è la prima volta che molti suoi oscuri villaggi si proclamano le capitali del mondo paleontologico. Esso è specialmente un libro di scienza italiana, un libro tendente ad illustrare la penisola nostra sotto una novella luce che finora non brillava che alla mente dei pochi naturalisti specialmente dediti allo studio dei fossili» (Fratelli treVeS, 1873 pp. V-VI). Scritta come un racconto/romanzo, Escursione sottoterra introduce il Lettore ai concetti della Paleontologia. Il Veneto è ben rappresentato nelle descrizioni e nei dialoghi di questo racconto geo-paleontologico. Qualche traccia molto antica proveniente dal Paleozoico e, in particolare, dal Permiano sarebbe riscontrabile nel Veneto anche se i dati, scrive Lioy, sono incerti (lioY, 1873 p. 170). Si passa poi al piano medio del Trias, cioè quello del calcare conchiglifero visibile nelle Alpi venete e ben rappresentato a Recoaro anche se dagli scarni resti fossili. Al piano superiore del Trias (del Keuper o delle marne iridate) appartengono, tra gli altri, il gruppo di Raibl e il gruppo a Megalodon gumbeli che sono variamente presenti nel Veneto. Molti fossili ascrivibili al Trias si trovano a Recoaro come pure tracce di esemplari simili a Notosauri in Val Calda nel Vicentino (lioY, 1873 pp. 193-199). Anche i terreni del Giura si trovano ben rappresentati in alcune zone del Veneto e, in particolare nel Vicentino e nel Veronese. In tali terreni Lioy segnala la presenza di «magnifici e numerosi esemplari di Felci fossili» e a Rotzo, incluso nel calcare ammonitifero, riporta la presenza di un cranio di Teleosaurio (lioY, 1873 pp. 204-211). Lioy si accinge, dunque, a narrare fatti e vicende del periodo cretaceo, caratterizzato dal «predominio dei calcari terrosi» (lioY, 1873 p. 212). I terreni cretacei veneti, in alcune zone, sono popolati da fossili di Rudiste, di Ippuriti, di Sferulidi. Nel Bellunese e nel Vicentino, si possono recuperare denti del Ptychodus latissimus e, sempre nel Vicentino, sovrabbondano ammoniti e belemniti. «La creta, – scrive Lioy – estesa in Lombardia, è sviluppatissima dalle Alpi Benacensi fino all’estremo Bellunese. Celebri le ammoniti e le belemniti del Vicentino, nei Sette Comuni, nei monti di Cogolo, nel monte Cingelle vicino a Schio, nel monte Cucco tra Valdagno e Recoaro, a Novale. A Gallio notansi i caratteri del piano Albiano. I Pticodi sparsi negli strati a Inocerami di Lavazzo trovansi a Breonio nel Veronese, a Monte Castello presso Valdagno, a San Pietro Mussolin nel Vicentino; ippuriti a Chiampo, a Monte Magré, a San Giacomo di Lusiana nel Vicentino, nel Friuli e nel Bellunese. Citerò ancora le ammoniti, le belemniti, gli aptici, gli inocerami, gli spatanghi, le ananchiti dei Colli Euganei, a Frassenelle e a Fontanafredda, colli ove i piani cretacei si manifestano in più luoghi, osservandovisi la creta bianca, l’albiano, e il senomiano ad Albettone, il neocomiano da monte Vignola a Luvigliano. Notevoli le nucleoliti di Tregnago, le Cidariti di Val Pantena, i coralli della creta bianca di Breonio nel Veronese» (lioY, 1873 pp. 213-218). La narrazione di Lioy si addentra nell’illustrazione dell’epoca cenozoica o terziaria, un mondo un po’ più simile a quello dei giorni presenti: «La scomparsa dei tipi caratteristici dell’epoca precedente e la estinzione della grande maggioranza delle specie Mesozoiche bastano a convincere chi fruga negli strati Terziarii che sorge l’aurora di un mondo novello» (lioY, 1873 p. 225). Il nostro Divulgatore parte, naturalmente, dal periodo eoceno (inferiore, medio e superiore) che per il Veneto rappresenta una inestimabile ricchezza soprattutto grazie ai giacimenti fossiliferi
di Bolca con i loro pesci fossili ma anche con rettili e piante. Numerosissimi altri fossili eocenici si trovano nel Vicentino e anche nei Colli Euganei. Abbondanti, inoltre, sono i coralli fossili veneti. Lioy si profonde con entusiasmo nella de-scrizione dei tesori di Bolca, tra cui la fauna ittica:
«Pesci a tipo indo-orientale dai brillanti colori popolavano il mare di Bolca, mirabili per istupenda conservazione, per istatura gigante. Plagiostomi feroci e rapaci, grandi quanto i loro congeneri pesci cani dei mari attuali, guizzavano nell’oceano terziario che copriva le pianure venete e lombarde; nei monti vicentini io ne ho annoverate ventidue specie! Ma codesti fossili ordinariamente rappresentati dai denti che soli resistevano alla distruzione degli scheletri cartilaginosi, nella necropoli di Bolca abbandonarono carcami completi; il Galeus cuvieri, la Torpedo gigantea, il Trygon gazzoloe, il Trydon oblongus, il Trydon vicetinus, Molin, l’Alopiopsis pleiodon, Lioy, lungo più di un metro e mezzo, ricompariscono marmorei simulacri di quegli assassini del mare» (lioY, 1873 pp. 229-235) (Fig. 2). Completa l’inventario della descrizione degli animali dell’Eocene veneto un accenno alle nummoliti del Vi-centino e alle tracce di antracoteri di cui, sempre nel Vicentino, se ne rinvengono i denti (lioY, 1873 pp. 237-240). Un’incursione nel successivo periodo miocenico rivela la presenza di fossili sui Colli Euganei, nel Vicentino e nel Bellunese; le nummoliti lasciano spazio alla vegetazione arborea, in particolare alle palme (lioY, 1873 pp. 242-244). Si vengono così a costituire «le necropoli vegetali del Vicentino» abitate da numerosi esemplari di palme fossili (lioY, 1873 p. 246). Tra gli animali miocenici in Veneto si trovano scutellidi (echinodermi) e insetti vari (lioY, 1873 pp. 248-249) come pure un gran numero di crostacei, batraci, cheloni, rospi e rane a Chiavon nel Vicentino; i mammiferi sono rappresentati da rinoceronti e aliteri (lioY, 1873 pp. 253-254). L’ultimo periodo del terziario è il periodo plioceno e si trovano fossili appartenenti a tali terreni da Marostica a Bassano, ad Asolo e dal Brenta al Piave (lioY, 1873 p. 260). Il racconto di Lioy giunge fino all’epoca contemporanea – rispetto all’orizzonte cronologico di tipo geologico – con una introduzione all’epoca neozoica o quaternaria (di-visa nei periodi postplioceno, gelido e attuale) per poi dedicarsi alla narrazione dell’epopea umana sul pianeta Terra e della vita attuale.
Il quinto libro che rientra nella nostra ricerca è Descrizione dei terreni componenti il suolo d’Italia di Gaetano Negri (1838-1902) del 1873. Si tratta del primo di tre volumi costituenti l’opera Geologia d’Italia (1873- 1883) edita da Francesco Vallardi e composta, oltre al saggio in esame, da L’era neozoica (1880) di Antonio Stoppani e da Vulcani e fenomeni vulcanici (1883) di Giuseppe Mercalli (1850-1914). Negri fu militare, sindaco di Milano, deputato, senatore, letterato e umanista (SoreSina, 2013). Per un certo periodo della sua vita si dedicò agli studi di Geologia di cui l’opera in esame è uno dei più significativi risultati. Le intenzioni del Negri sono quelle di fare un’opera alla portata dei più, del pubblico di non addetti ai lavori come da lui stesso rimarcato nell’Introduzione (negri, 1873 pp. 5-6) ma di fatto si tratta di un lavoro di divulgazione di livello elevato, se non addirittura di fruizione specialistica o quasi. I riferimenti al Veneto risultano molteplici e, anche se l’opera oltrepassa di gran lunga la semplice divulgazione, risulta interessante menzionare almeno quelli inerenti ad una parte del Terziario (terreni eocenico e miocenico), data la ricchezza e particolarità di giacimenti fossili (negri, 1873 pp. 153-174). Grande attenzione suscitano, naturalmente, il Vicentino e il Vero-nese con i loro terreni terziari: vi è, a solo titolo d’esempio, riscontro di denti di pesci, di brachiopodi e di crinoili (tufo di Spilecco); resti di vegetali, di pesci, di echinidi (Bolca); resti di tartarughe e coccodrilli; echinidi, orbituliti, operculine, lamellibranchi e gasteropodi (gruppo di Priabona); palme (strati di Sangonnini di Lugo); echinidi (Castel Gomberto); molluschi e coralli (Castel Gomberto, Monte Viale, Montecchio Maggiore); echinidi (gruppo di Schio) e anche resti fossili del mammifero Antracotherium magnum (Zovencedo) (negri, 1873 pp. 155-156).

La sesta opera di cui si propone una analisi sommaria è Come s’è fatta l’Italia. Saggio di Geologia popolare scritto dal professor Giovanni Omboni e pubblicato nel 1876 (omBoni, 1876). Formatosi come ingegnere ma interessato alla Storia naturale e nello specifico alla Geologia, Omboni venne chiamato a Padova alla cattedra universitaria di Mineralogia e Geologia nel 1869; diresse anche il Gabinetto di Geologia e raggiunse l’ordinariato nel 1878 (argentieri, 2013; canadelli, 2015; peruzzi & roBerti, 2022 pp. 166-167). Nell’introduzione all’opera Omboni dichiara di volersi rivolgere alle «persone colte», bramose di possedere nozioni e acquietare numerose curiosità rispetto alle scienze geolo-giche: «Or bene, è per queste persone, per questi così detti profani nella scienza geologica, che ho scritto questo libro» (omBoni, 1876 p. VI) e che si tratta di «un libro popolare o meglio per i profani» (omBoni, 1876 p. VII). Di fatto l’opera è anch’essa di alto livello descrittivo e di approfondimento, rasentando quasi lo status di manuale tecnico. Naturalmente, molto ben delineati i fossili veneti di cui i più caratteristici sono quelli del Vicentino e del Veronese: «Il paese, che ora comprende le colline del Veneto, ebbe un mare eocenico, che depose sedimenti molto più abbondanti e svariati che quelli del Piemonte e della Lombardia. Ba-sta recarsi da Vicenza a visitare il vicinissimo monte Berico e gli altri colli verso mezzodì, oppure ad esaminare le colline da Creazzo a Schio, oppure quelle di Montecchio Maggiore e Castelgomberto, o quelle da Montebello a S. Giovanni Ilarione e Bolca, per farsi un’idea della grande varietà delle rocce, che nel Vicentino costituiscono il terreno eocenico, e nelle quali furono distinti fin venti e più piani o gruppi diversi. A Montecchio Maggiore si vedono delle rocce nere, composte di sabbie vulcaniche, cementate insieme in modo da formare dei tufi basaltici, e, sopra questi tufi, diversi calcari con fossili; a Brendola, dei calcari con echini, delle marne con briozoi (che sembrano ramoscelli di piante, rotte in frantumi); al monte Berico, dei calcari con piccole nummuliti, dei tufi basaltici, ecc.; a Roncà, dei calcari con grandi nummuliti, dei tufi vulcanici d’un colore verde-nerastro e con un gran numero di conchiglie; presso Castelgomberto, al monte Grumi, diversi calcari da costruzione, con echini ed altri fossili, ed una roccia così ricca di polipaj fossili, da potersi considerare come un antico banco madreporico; a Bolca, diversi calcari, che contengono nummuliti, pesci, piante e diverse specie di conchiglie, e portano dapprima un banco di scisti neri, contenenti degli avanzi di tartarughe, poi un banco di lignite, e alla fine, sopra questa lignite, una massa di basalte, roccia vulcanica nera, della natura delle lave nere del Vesuvio e dell’Etna; a S. Giovanni Ilarione, nella valle degli Stanghellini (fra le due Vestene) ed alla Gambellara (presso Sorio), altre masse di basalte, divise in prismi esagoni e pentagoni; e nei Colli Euganei varj lembi di calcare nummulitico e di tufo basaltico con nummuliti, molto tufo basaltico senza fossili, e alcuni ammassi di basalte, sopra la scaglia e sotto a certi grandi ammassi di trachite […]. Da questi e da molti e molti altri fatti consimili, osservabili in tutte le colline del Veneto, risulta chiaro che nel mare eocenico del Vicentino si formarono successivamente molti sedimenti diversi per la loro composizione, durante la formazione di questi sedimenti si cambiarono molte volte di seguito gli abitanti del mare, e di tanto in tanto avvennero delle eruzioni vulcaniche, le quali diedero delle sabbie nere e delle lave basaltiche; così che colle sabbie, cadute al fondo del mare, si formarono i tufi basaltici, a strati e con avanzi d’animali marini, e le lave, distendendosi per la loro liquidità sul fondo del mare, vi formarono quei banchi di roccia nera e assai dura, che è chiamata basalte. Le ligniti, poi, che devono essersi formate come ho già detto pel carbo-ne fossile, indicano una ricca vegetazione e dei luoghi con acque poco profonde durante una parte dell’epoca eocenica; i vegetali fossili del monte Bolca e d’altri luoghi indicano l’esistenza di terre asciutte con una ricca vegetazione, vicine al mare eocenico del Vicentino, ed un fiume, che prendeva ad esse e portava al mare foglie, frutti e rami; e il gran numero di pesci, che si trovano benissimo conservati in un calcare del monte di Bolca, può far credere che a un dato momento il mare eocenico fosse assai ricco di pesci (specialmente là, dove questi animali potevano trovare un abbondante nutrimento nei materiali portati al mare dal fiume or ora accennato), ma il comparire improvviso d’una sorgente minerale vi abbia recato una pronta morte. Finalmente, lo studio delle piante fossili e dei pesci fossili e il loro confronto colle piante e coi pesci dell’epoca attuale hanno provato che quelle piante e quei pesci sono per lo più di generi ora proprj dei mari caldi; e quindi è da credersi che il clima del Vicentino e dell’Italia in generale, come quello del resto dell’Europa (per esempio dell’Inghilterra, che nel suo eocene ha piante simili alle nipe dei paesi caldi), abbia somigliato a quelli attuali dell’Africa settentrionale, del mar Rosso, dell’India e dell’Oceano Indiano» (omBoni, 1876 pp. 157-160). Il libro di Omboni è un testo ulteriormente particolarmente interessante, poiché propone approfondimenti relativi all’uomo preistorico e alla teoria dell’evoluzione di Charles Darwin. Omboni, infine, inserisce un’appendice per effettuare delle escursioni sul suolo italiano e per verificare e “toccar con mano” quanto esposto a livello teorico. Si tratta di un’escursione circolare tratteggiata all’incirca tra Torino, Novara, Milano, Desenzano, Verona, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Civitavecchia, Pisa, La Spezia e Genova. Non manca di dare informazioni sugli itinerari veneti, dedicati sia alle visite sul campo sia a scoprire reperti in Collezioni e Musei, guidando di fatto il curioso Lettore dalla teoria alla pratica (omBoni, 1876 pp. 315-317).
Conclusioni
La disamina proposta, certamente non completa, evidenzia, tuttavia, come anche le scienze della Terra a pieno titolo siano state interessate dal fenomeno, svilup-patosi nell’Italia neocostituita, di popolarizzazione -prima- e di divulgazione scientifica -poi-. Naturalmente il bacino di fruitori di questa popolarizzazione/ divulgazione scientifica era costituito in primo luogo da quanti avevano avuto un accesso all’istruzione. Non dimentichiamo il grado di analfabetismo che ca-ratterizzava il Paese tra l’Unità e l’inizio del secolo successivo. Ciononostante la Paleontologia inizia in qualche modo a circolare e successivamente ad attestarsi quale disciplina quasi irrinunciabile per un congruo bagaglio di conoscenze scientifiche. Nel nostro caso specifico relativo alla Paleontologia divulgativa del Veneto possiamo evidenziare come essa sia ben attestata dalla produzione letteraria della seconda metà dell’Ottocento.
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