Abstract
L’articolo parte dagli studi di Wollaston, fondamentale descrittore dell’entomofauna della Maca-ronesia, e si sofferma suoi rapporti di amicizia, collaborazione e successivamente di conflitto con Darwin. In particolare esamina una contraddizione relativa al gen. Hadrus (Coleoptera Tenbrionidae, oggi Wolladrus), evidenziata dalle opere e dalla corrispondenza con Darwin. Da questa emerge il conflitto interiore di Wollaston, che condivideva la visione darviniana sull’origine evolutiva delle specie ma non era nella condizione di ammetterla, dati i legami per lui determinanti col creazionismo imposto dall’ortodossia. Da ciò lo scontro seguito alla pubblicazione dell’opera di Darwin Origin of Species, che ha visto Wollaston principale oppositore in ambito scientifico. L’articolo termina con una riflessione sul rapporto tra evoluzionismo e creazionismo nel passato e nel presente.
Moving from the Wollaston’s research on entomology in Macaronesia, this paper provides an original insight of his friendship, collaboration and, finally, conflicting relationship with Darwin. Especially, this study analyzes the contradiction on the gen. Hadrus (Coleoptera Tenbrionidae, nowadays Wol-ladrus). The Wollaston’s writings and his correspondence with Darwin reveal the conflict between the intimate agreement with the evolutionary vision of the species, and the impossibility of admitting it due to his close bond with the Orthodox doctrine of Creation. These contradiction caused the di-spute with Darwin, followed by the writing Origin of Species, of which Wollaston was the leading scientific opponent. This paper ends with some thoughts on the relationship between evolutionism and creationism in the past and nowadays.
Premessa
Non è un caso se, esaminando e interpretando le faune insulari, capiti di rivi-vere intuizioni e tappe del pensiero darwiniano. La logica con cui ancora oggi leggiamo la natura è figlia di quella visione e dell’epoca che l’ha generata, ed attraversando esperienze analoghe si finisce con l’imbattersi nella sua attualità. Nelle conversazioni con Lorenzo era stato questo un tema ricorrente, dalla nascita del pensiero evolutivo fino al dibattito attuale e alle riflessioni personali. Queste per me erano state rafforzate da ripetuti viaggi naturalistici effettuati nei primi anni duemila in molte isole della Macaronesia2, nel corso dei quali avevo esaminato in particolare l’entomofauna delle dune costiere. L’esame dei reperti, l’interpretazione di alcune peculiarità nei loro legami con gli habitat, l’indagine su alcune concomitanze tassonomiche e sui dubbi desumibili anche dalla letteratura, mi avevano indotto a documentarmi sui fondamentali studi di Thomas Vernon Wollaston, maturati nell’epoca d’oro dell’Inghilterra vittoriana; e a partire da questi si è aperto uno scenario stimolante sulle contraddizioni che avevano caratterizzato la straordinaria figura di questo studioso nei suoi rapporti con Darwin e col pensiero evoluzionistico. In questo quadro alcuni coleotteri dell’isoletta di Porto Santo e della vicina Madera hanno fornito chiavi di lettura di inatteso interesse, come indizi chiarificatori in una pagina emblematica di storia della scienza: il confronto tra la visione evoluzionistica e quella creazionistica, che aveva portato Darwin e Wollaston a condividere esperienze, idee e deduzioni, ma non la libertà di trarne le conclusioni.
Ne avevo parlato a lungo con Lorenzo e lui si era riconosciuto pienamente nelle mie riflessioni, invitandomi a scriverle. Le bozze che avevo steso erano però rimaste in sospeso, per una sorta di mia reticenza. Mi sono sentito di doverle riprendere, e di portarle a compimento dedicandole a lui.
Prefazione
Studiando gli aspetti ecologici e biogeo-grafici dell’entomofauna e della malaco-fauna delle isole atlantiche ci si imbatte inevitabilmente nella figura di Thomas Vernon Wollaston (Fig. 1), e si finisce con l’essere presi dalla sua grandezza di naturalista e al tempo stesso dai suoi rapporti, di amicizia e di conflittualità, con Darwin.

È quanto era già capitato ad altri naturalisti: basti ricordare il saggio di Cook sul pensiero di Wolla-ston, contestuale a studi sulla variabilità nella malacofauna di Porto Santo, e la profonda documentatissima monografia di Machado, già autore di fondamentali lavori su più gruppi di coleotteri delle Canarie, dedicata alla figura e all’opera di questo studioso nel contesto dell’Inghilterra vittoriana (cook, 1995; cameron et al.,1996 a,b; machado, 2006). Nonostante la sua grandezza Wollaston è però poco noto, fatta eccezione per gli specialisti in faunule delle isole atlantiche o in storia della scienza. Questo perché la storiografia lo ha collocato, semplicisticamente, tra i nemici di Darwin, e quindi implicitamente tra gli oppositori del pensiero evoluzionistico, rele-gandolo nel novero dei perdenti. In realtà questa visione, dovuta al durissimo conflitto successivo alla pubblicazione dell’Origin of Species, andrebbe profon-damente rivisitata o addirittura rovesciata, come già evidenziato da Cook e da Machado, sottolineando l’importante contributo che Wollaston ha apportato al consolidamento di quel pensiero. Un contributo riconosciutogli esplicitamente dallo stesso Darwin, che nella sua opera fondamentale aveva accolto e riportato senza riserve molte sue analisi, con ostentate affermazioni di stima, evitando di soffermarsi sulle divergenze (machado, 2006).
Successivamente anche Alfred Russel Wallace, pur con dei distinguo, aveva fatto ampio uso delle sue opere in un quadro che univa la visione evoluzionistica a quella biogeografica (Wallace, 1871). Il fatto che il mondo di cui Wollaston era espressione3, e forse anche la sua fragilità fisica, lo abbiano indotto a subire il rigido diktat imposto dalle ge-rarchie ecclesiastiche, che non ammettevano interpretazioni divergenti rispetto alla lettera delle Sacre Scritture, non inficia il contributo da lui oggettivamente dato, espresso dal pensiero chiaramente evoluzionistico insito nelle sue analisi e nelle sue opere.
In questa stimolante pagina di storia della scienza un passo illuminante, in cui mi sono imbattuto studiando i reperti, spetta ad un genere di Coleotteri Tenebrionidi esclusivo dell’arcipelago di Madera, Hadrus (oggi Wolladrus, v. nota 1), dalle cui descrizioni e dai carteggi intercorsi con Darwin emerge in modo palese come Wollaston condividesse la visione che colloca nei rapporti con l’ambiente l’origine evolutiva delle specie. Una visione implicita in tutte le sue opere, ma due specie di questo genere offrono un indizio esplicito, esempio anche dell’importanza avuta dall’arcipelago di Madera nella conferma del pensiero evoluzionistico.
Wollaston e le ricerche in Macaronesia
Fino alle ricerche di Thomas Vernon Wollaston le conoscenze sull’entomofauna di quell’arcipelago erano modeste e frammentarie; dopo la sua monumentale opera del 1854, Insecta Maderensia, la descrizione di detta fauna si poteva considerare, per i coleotteri, largamente compiuta, oltre che qualificata da interpretazioni acute e innovative (WollaSton, 1854).
L’opera spicca per la vastità, per il numero di specie descritte, per la bellezza delle tavole (disegnate da Westwood) ma anche per l’introduzione dedicata all’a-nalisi biogeografia e alle interpretazioni sui caratteri della fauna, con particolare attenzione alle presenze e assenze di famiglie e di generi, alle significatività dei cromatismi e alla dominanza di forme attere. Va inoltre sottolineata la costante attenzione di Wollaston nel fornire per le specie trattate precise indicazioni di località, di habitat e spesso di stagionalità, cosa inusuale in un’epoca in cui le indicazioni di raccolta erano frequentemente approssimative. Un’innovazione alla cui importanza aveva dedicato specifici paragrafi (“The importance of accuracy”) in successive opere di sintesi (WollaSton, 1856, 1865), al punto da affermare che in assenza di dati certi e precisi sulle località e sugli ambienti di raccolta le collezioni perdono buona parte del loro valore scientifico; e certamente era spinto a questa consapevolezza dal fatto di essere al tempo stesso raccoglitore degli esemplari, descrittore delle specie e compilatore delle monografie.
I lunghi soggiorni di Wollaston a Madera erano stati indotti, come lui stesso ricorda, dalla tubercolosi di cui soffriva dall’età di ventiquattro anni. La tisi attaccava allora anche il ceto benestante e molti inglesi che ne erano affetti trascorrevano gli inverni, favoriti dal rapporto privilegiato tra Inghilterra e Portogallo, nel clima mite dell’isola, da lui definita scherzosamente la sua “isola-ospedale”. Il libro è frutto delle ricerche, iniziate all’età di venticinque anni, effettuate nei primi tre
soggiorni (da ottobre 1847 a maggio 1848; da novembre 1848 a giugno 1849; da maggio a settembre 1850), nei quali aveva sviluppato un’intensa collaborazione col malacologo e botanico reverendo Lowe, cappellano della chiesa anglicana di Funchal, anche lui trasferitosi per motivi di salute; e da quella collaborazione si era consolidato il suo interesse anche per la malacologia.
(In epoca successiva, dal 1864 al 1877, Wollaston ha fatto più volte tappa a Madera nei suoi viaggi verso altri arcipelaghi della Macaronesia – le Canarie e le isole di Capo Verde – e da ultimo verso l’isola di Sant’Elena, anche in questi per condurre fondamentali ricerche entomologiche e malacologiche sempre seguite da monografie basilari nello studio dell’entomofauna, corredate da acute letture biogeografiche ed ecologiche. Ha inoltre prodotto un’opera di sintesi, pubblicata postuma, sulla malacofauna delle isole atlantiche (WollaSton 1864, 1865, 1967, 1877, 1878). Nei suoi studi ha spaziato però in più parti del mondo, dalla nativa Gran Bretagna fino al Giappone e alla Nuova Zelanda, descrivendo in tutto oltre 1000 specie (machado, 2006)).
Frutto dei lunghi soggiorni nell’arcipelago, l’opera Insecta Maderensia era ben nota a Darwin, che l’aveva definita “mirabile” e citata più volte nella sua rivolu-zionaria monografia sull’origine delle specie4 (darWin, 1859). Tra i due studiosi vi era un intenso scambio di esperienze e una stima dichiarata: basti ricordare che Wollaston era stato invitato a unirsi al ristretto numero di frequentatori nella casa di Darwin a Down, aveva dedicato la successiva opera del 1856 sulla variabilità delle specie proprio a Darwin, “whose researches… have added so much to our knowledge of Zoological geography”, e l’anno dopo aveva descritto una specie di Madera, il coleottero buprestidae Agrilus Darwinii,5 dedicandola a lui con accentuate affermazioni di stima (“whose inquiries into the obscurer pheno-mena of geographical zoology have contributed more than those of any other man living to our knowledge”) (WollaSton, 1856, 1857). Significativa è la data della dedica, 1857. Nell’opera del 1854 Wollaston aveva descritto molte centinaia di specie; ma solo dopo i suoi approfondimenti sulla variabilità, culminati con la pubblicazione del 1856, aveva dedicato una specie a Darwin, ribadendo la stima in modo talmente ossequioso da indurre il dubbio che si trattasse, oltre che di effettiva ammirazione e di sincera riconoscenza, anche di un richiamo all’amicizia con Darwin quale motivo di prestigio in qualche misura rafforzativo delle sue affermazioni divergenti, che già aveva espresso nelle opere e confermato nelle riunioni a casa di Darwin (machado, 2006).
In questo rapporto di collaborazione con Darwin un posto di spicco spetta all’arcipelago di Madera e in particolare all’isoletta di Porto Santo, in merito ad alcune osservazioni sperimentali atte a verificare le possibilità di colonizza-zione di un’isola da parte di organismi provenienti da altre terre. In una lettera inviatagli nel18566 Wollaston, con toni scherzosi e riferimenti familiari, aveva
commentato l’insuccesso di alcune semplici prove effettuate da Darwin con dei molluschi terrestri fornitigli vivi da lui, provenienti da questa isoletta (aveva messo degli esemplari in acqua salata, per testarne la resistenza e interpretare così le possibilità di colonizzazione delle isole via mare). Nella lettera Wollaston aveva evidenziato l’importanza della stagionalità e dell’età degli esemplari. Precisando che, secondo la sua interpretazione, quei molluschi dovevano essere presenti fin dall’epoca miocenica, aveva richiamato l’attenzione agli adattamenti ai substrati rocciosi come fattori di ispessimento degli opercoli, tali da spiegare possibili sopravvivenze di anni anziché di giorni in acque avverse (“might survive for ten years -instead of days”). (Darwin fece tesoro di queste indicazioni, replicando l’esperienza con molluschi terrestri in ibernazione protetti da un epifragma cal-careo e mucoso, tra cui la comune Helix pomatia. I risultati di questi test sono citati nell’opera sull’origine delle specie come indici di una condizione favorevole alla sopravvivenza temporanea in acque marine).
Il richiamo al miocene richiede alcune puntualizzazioni sulle interpretazioni di allora relative alla natura delle isole oceaniche. I periodi geologici erano stati delineati pochi lustri prima dal grande geologo Charles Lyell, legato da profonda amicizia a Darwin. Anni dopo, nella prefazione della sua opera del 1865, Wollaston riferisce l’opinione di Lyell secondo cui “these oceanic Groups were islands in a miocene sea”. Aveva dunque chiara l’antichità dell’arcipelago, comprendendone la rilevanza evolutiva. Oggi, grazie alle analisi isotopiche, l’età di Porto Santo è stimata in 14 milioni di anni (con un’attività eruttiva proseguita fino a 8 milioni di anni fa), ben più antica della vicina Madera la cui età è valu-tata in meno di 5,6 milioni di anni7 (BorgeS et al., 2008); il che indica anche la prevalente direzionalità delle avvenute colonizzazioni (nel caso dei Wolladrus, oggetto di queste pagine, si può ritenere che W. illotus, di Porto Santo, rappre-senti il ceppo originario del genere, esclusivo dell’arcipelago, e che le specie di Madera siano derivate da questo).
A metà Ottocento non era ancora accertata l’origine di queste isole oceaniche lontane dai continenti, tanto che, nell’interpretare le colonizzazioni e le pre-senze endemiche, Wollaston faceva riferimento al “continentalismo” proposto da Forbes, che aveva supposto l’esistenza di un’antica estesa area continentale, successivamente sommersa, della quale molte isole atlantiche sarebbero rimaste come superfici relitte8, “previous to the dissolution of the intermediate land” (Wol
laSton, 1865). Questa interpretazione portava a ritenere i popolamenti indigeni delle diverse isole derivati da disgiunzioni di popolazioni originariamente unitarie. Al riguardo Darwin aveva riflettuto a fondo sulle indicazioni, molto circostan-ziate, avute da Wollaston, pervenutegli con lettera del 2 marzo 1855 in risposta a precisi quesiti9. In queste era evidenziata l’assenza totale nell’arcipelago di “Cetoniadae”, e quelle quasi totali di “Pselaphi” ed “Elateridae”: assenze contra-stanti con le condizioni ambientali, particolarmente favorevoli per questi gruppi. Come spiegazione, con parole da cui traspare scarsa convinzione, Wollaston aveva ipotizzato un distacco dal continente prima che questi gruppi, “creati” altrove, vi fossero giunti. L’interpretazione non convinceva Darwin, anche ponendosi nell’ottica creazionistica (lettera a Hooker del 7 marzo 1855), se non altro perché la presenza elevata di endemiti avrebbe richiesto una pari pluralità di centri di creazione ed una separazione delle isole dal continente prima che le specie create avessero potuto estendere gli areali (machado, 2006).
Pochi lustri dopo anche Wallace, richiamando gli studi di Wollaston su Made-ra e citando tra l’altro Hadrus come esempio di atterismo totale in un genere separato dal continente, aveva espresso sostanziali dubbi sul continentalismo, soprattutto poiché la supposta origine degli arcipelaghi atlantici (Madera in particolare) come residui di un’estesa superficie terrestre connessa con l’Europa appariva contraddittoria con l’assenza di generi ampiamente diffusi in questa, quali Carabus, Rhizotrogus, Pimelia, Tentyria, Timarcha; per di più non spiegava le sostanziali differenze tra l’entomofauna dell’arcipelago di Madera, ricca di en-demiti, rispetto a quella delle Azzorre, meno ricca nonostante la maggior distanza e la separazione dal continente ritenuta più antica. Per spiegare le colonizzazioni Wallace, anticipando una visione oggi largamente condivisa, aveva dato prioritaria importanza ai trasporti dovuti alle correnti ed ai fattori meteomarini, con particolare riferimento agli eventi di maggiore turbolenza. (Wallace, 1871).
Tra i carteggi intercorsi tra Wollaston e Darwin merita attenzione particolare la sopracitata lettera del marzo 1855, con cui Wollaston risponde a numerosi quesiti postigli spaziando a tutto campo tra esperienze di ricerca, interpretazioni delle va-riabilità e teorie zoogeografiche. È significativa la data, successiva alla pubblicazione di Insecta Maderensia e precedente alla pubblicazione del 1856 sulla variabilità delle specie. Uno dei quesiti era relativo alla frequenza di alcuni insetti endemici presenti in tutte le isole dell’arcipelago di Madera, già indicati come “the most abundant indivudually of all which we are concerned” (WollaSton, 1854, pagg. xiii e 502).Tra questi Wollaston richiama le “cinque” specie a distribuzione più generalizzata e individualmente più abbondanti: Scarites abbreviatus, Laparocerus morio, Calathus complanatus, Harpalus vividus e Hadrus cinerascens10; con la pre-cisazione che “in the last…(ovvero in H. cinerascens) i include the Portasantan H. illotus”. Le “cinque” specie diventano quindi sei, essendo stato considerato Hadrus illotus di Portosanto come “incluso” in Hadrus cinerascens di Madera (Figg. 2a, 2b).

Fig. 2b – Hadrus cinerascens Dejan (oggi Wolladrus carbonarius Quensel), di Madera.
Dalle riflessioni sulla loro affinità e sui fattori di diversificazione emerge con chiarezza la condivisione di Wollaston, mai ammessa, col pensiero di Darwin.
(Hadrus cinerascens Dejan 1837 è stato successivamente riconosciuto come sinonimo di Hadrus carbonarius (Quensel, 1806). In questo testo, trattandosi di citazione storica, viene di regola riportato, tranne che per i riferimenti al presente, il nome usato da Wollaston).
Questa stranezza, una specie inclusa in un’altra, non poteva essere sfuggita a Darwin, ed è ragionevole pensare che fosse una delle “eccezioni” da lui richiamate per spingerlo a trarne le conseguenze; ma sarebbe dovuta apparire incongruente anche allo stesso Wollaston nell’ottica creazionistica. Se ogni specie è il prodotto di un singolo atto creativo, cosa vuol dire che il risultato di un atto è incluso in un altro? Comunque sia, questa ambiguità riferita agli Hadrus, poco rilevante in un contesto ricchissimo di citazioni e di esemplificazioni, assume un significato inusuale ed emblematico alla luce di quanto avvenuto negli anni successivi.
Nel 1856, a trentaquattro anni, Wollaston pubblica“The variation of species with especial reference to the insecta”, richiamando ripetutamente gli studi su Madera ma ampliando la visuale ad un ventaglio straordinario di esempi, riferiti anche a molluschi terrestri e a piante, includenti esperienze di naturalisti in altre aree del mondo. Un modello che, ulteriormente accresciuto, si ritroverà tre anni dopo nell’opera fondamentale di Darwin.
Introducendo il capitolo “Causes of variation” Wollaston richiama gli scritti di un suo antenato, William Wollaston, che oltre un secolo prima aveva scritto nel sag-gio Religion of Nature Delineated: “It is not impossible that such laws of Nature, and such a series of causes and effects, may have been originally designed, that not only general previsions may have been made for the several species of beings, but that even particular cases (at least many of them) have been provided for without innovations in the course of Nature (WollaSton W., 1722). Un richiamo i cui significati possono prestarsi a più interpretazioni, ma che prefigura il problema della presenza o assenza, nel corso dei processi indotti dalle leggi di natura, di eventi mutevoli riguardanti le specie, risultanti da un disegno originario generale ma anche da eventi particolari e da rapporti tra cause ed effetti. Un richiamo tanto più significativo se si pensa che l’opera aveva preceduto di quindici anni il Genera plantarum, nella cui introduzione Linneo affermava senza esitazioni l’assolutismo secondo cui le specie corrispondono a quelle originarie prodotte all’atto della creazione divina (minelli, 2016).
Da amico a oppositore
Nell’intero volume sulla variazione delle specie, dedicato come detto a Darwin, è implicito l’evoluzionismo, sostenuto di fatto con moltissimi esempi ed argo-mentazioni e chiaramente affermato nella sua logica, anche se con parole talora diverse. Tra gli esempi è riportato proprio il caso degli Hadrus, interpretando le differenziazioni tra le specie come risultato di cambiamenti indotti dai differenti substrati litologici in condizioni di isolamento. Wollaston indica infatti, tra le “influences…by which insect modification may be brought about…”, “the nature of the country and of the soil in which they severally obtain”, riportando più casi ed evidenziando che “calcareous deposits would appear, ever and anon, to have considerable efficacy in regulation the outward aspect of such species as are able to adapt themselves to different geological districts”. …”For the same reason perhaps (though assisted, in all probability, by the qualifying power of isolation), the Hadrus illotus Woll. may be specifically identical with the Madeiran H. cinerascens”. L’o-pera aveva dunque condiviso, in anticipo rispetto alla pubblicazione dell’Origine delle Specie, molte intuizioni e interpretazioni darwiniane; anche per lui dopo una corposa e reiterata esperienza in un arcipelago oceanico, seguita da profonde riflessioni sulle raccolte effettuate. Si può dire che l’arcipelago di Madera abbia rappresentato per Wollaston ciò le Galapagos hanno significato per Darwin e l’Arcipelago Malese per Wallace; con la differenza che Wollaston non aveva avuto la libertà di trarne le conclusioni, dato che la barriera rappresentata dal credo religioso, intoccabile nel mondo sociale e familiare di cui era espressione, gli impediva di porsi in contrasto col creazionismo ortodosso. Da questo alcune contraddizioni di cui, al di là delle certezze dichiarate e successivamente sfociate in modo dirompente nel conflitto con Darwin, aveva una strisciante e inquieta consapevolezza. Contraddizioni che Darwin aveva ben presenti tanto che, sempre nel 1856, gli aveva chiesto benevolmente, pensando ancora di poterlo portare tra i sostenitori espliciti dell’evoluzionismo, se non ritenesse che le “piccole eccezioni” da lui evidenziate fossero sufficientemente numerose e significative da trarne le conseguenze (machado, 2006).
Il pensiero di T. V. Wollaston era conteso tra due posizioni, passando dall’apertura verso una visione ragionata, dovuta alla sua straordinaria spinta alla ricerca e alle sintesi scientifiche, all’accettazione, a costo anche di incongruenze, della visione dogmatica imposta dalla fede. Il libro del 1956, infatti, dopo un richiamo alla “creative force” come origine dei fenomeni, prosegue (p.26) con un’interpreta-zione della variabilità come risultante da cambiamenti: dobbiamo pensare che gli organismi siano stati creati nell’ambiente originario e adattati a quello, ma per riconoscere e descrivere il presente dobbiamo ammettere che alla creazione siano seguiti eventi, come in una “sommatoria di disegni” (“such an amount of design”), dovuti ad una capacità interna dei viventi di adeguarsi attraverso tra-sformazioni successive alle mutevoli pressioni di influenze esterne e alle possibili condizioni di sovrappopolamento (anche Wollaston, come Darwin e Wallace, aveva ben presente l’opera di Malthus). Cause queste evocate da Darwin nel suo “Origini”; anche se, a differenza di Darwin, Wollaston intendeva limitarne gli effetti alla variabilità interna alle specie, mantenute fisse in aderenza al credo religioso. Impedito a superare la visione creazionistica aveva individuato l’evo-luzione come processo aggiuntivo rispetto alla creazione, dovuto ad adattamenti interni all’ambito delle specie da cui erano derivate varietà (da lui definite, nel caso delle isole, “fasi insulari”) a loro volta stabilizzate. L’evoluzione conseguente alla creazione dunque, parte di una sommatoria di disegni includenti le capacità adattative dei viventi: per alcuni aspetti un’anticipazione del pensiero con cui quasi un secolo dopo il paleontologo gesuita Teilhard de Chardin, riassumendo in sé visioni a lungo contrapposte, ha voluto tessere, non senza censure e moniti,
un ponte tra la posizione dogmatica della chiesa, legata alle Scritture intese alla lettera, e il pensiero scientifico.
L’anno successivo (1857), in un catalogo dedicato ai coleotteri di Madera acquisiti dal British Museum (la vendita delle collezioni ai musei serviva a Wollaston per finanziare le ricerche successive), in un’ampia introduzione biogeografica aveva diviso gli insetti in quattro categorie di origine, riconoscendo quelli chiaramente introdotti dall’uomo (manifestly introduced), quelli giunti fin dalle prime colo-nizzazioni e “probably naturalized”, quelli indigeni giunti spontaneamente per antiche migrazioni (“ indigenous through regular and natural processes”) e quelli “ created in that region, and which still remain endemic” (WollaSton, 1857, pag. ix). Le specie endemiche sono frutto della creazione divina avvenuta in quei luoghi, e lì le troviamo ancora oggi. A fronte di un pensiero chiaramente aperto alle interpretazioni adattative, conflittuali ma esplicite nell’opera del 1856, Wollaston aveva riaffermato termini e concetti rigidamente creazionistici per interpretare gli endemismi.
È in questo quadro che i riferimenti agli Hadrus assumono particolare significato come spia di una contraddizione non risolta.
Wollaston aveva confermato le due specie, Hadrus illotus e Hadrus cinerascens, nel catalogo del 1857 (conferma ribadita con parole esplicite nell’opera di sintesi del 1865), oltre ad aver descritto nel 1854 anche Hadrus alpinus proprio delle quote più elevate di Madera (vedi nota 10). La presenza di più specie in un genere endemico acuiva una contraddizione ben presente nel dibattito scien-tifico che vivacizzava l’Inghilterra di quegli anni. Se ogni specie doveva essere considerata il risultato di un puntuale atto creativo, la presenza di più specie, per di più molto affini tra loro, poteva sembrare ridondante anche dal punto di vista dell’interpretazione religiosa. L’editore Chambers, nell’opera di grande successo Vestiges of Natural Creation (chamBerS, 1844) (poco considerata dal mondo della ricerca per la scarsa scientificità, ma della quale Darwin aveva co-munque evidenziato l’importanza quale avvicinamento dell’opinione pubblica alla teoria dell’evoluzione), osservava nel 1844, in un’ottica di economia della creazione, come sarebbe apparso irriverente pensare ad un Creatore impegnato a creare animali insignificanti, molti dei quali simili, per ogni isoletta dell’oce-ano, e a rinnovarli con nuove specie man mano che scomparivano (omodeo, 2005). Forse anche per questo Wollaston era restio a descrivere come specie distinte i popolamenti differenziati presenti nelle varie isole, diversamente da una tendenza allora (e non solo) in voga. Riluttanza, questa, sottolineata da Darwin, che nel secondo capitolo del suo “Origini” (Variation under nature) osservava: “Nelle isolette del piccolo gruppo di Madera vivono molti insetti che sono stati classificati come varietà nella mirabile opera di Wollaston, ma che molti entomologi considererebbero certamente come specie separate” (darWin, 1859).
Ricomponendo quanto scritto dal 1854 al 1857, alla luce anche della lettera del 1855, gli Hadrus offrono una visione consequenziale delle difficoltà e forse del disagio con cui Wollaston subiva i vincoli entro i quali era imbrigliato il suo pensiero.
- Nell’opera del 1854, descrivendo la specie Hadrus illotus dell’isola di Porto Santo e riportando la descrizione di Hadrus cinerascens Dej. di Madera (pagg. 502-504), evidenzia l’affinità tra le due specie, ponendo il dubbio che si tratti di due forme della stessa entità, ma decide per la distinzione (successivamente sempre confermata) ritenendo sufficiente aver posto il problema. (I would register the H. illotus as distinct, deeming enough to have recorded my doubts thus far as to true specific claims).
- Nel 1855, nella citata lettera in risposta ai quesiti postigli da Darwin, riprende l’elenco delle specie comuni usualmente compresenti con gli Hadrus (elenco già indicato nell’opera del 1854), “includendo” come visto la prima specie (H. illotus) nella seconda (H. cinerascens), con un escamotage inusuale rispetto al rigore scientifico che lo caratterizzava.
- Nell’opera del 1856 sulla variabilità (pag. 65-66), ribadendo l’ambiguità, inter-preta inequivocabilmente in chiave evolutiva le differenze palesi e permanenti tra H. illotus e H. cinerascens come esempio di un processo di differenziazione risultante dell’adattamento a substrati geologici diversi in condizioni di isola-mento11. Un chiaro allineamento col pensiero di Darwin.
- Nel 1857, dopo il richiamo di Darwin alle sue “piccole eccezioni”, nel catalogo degli insetti forniti al British Museum (in cui ribadisce che gli endemismi sono frutto locale della creazione divina) evita ogni considerazione sulle affinità tra le specie di Hadrus, limitandosi all’asciutta citazione dei dati essenziali mentre ad altre entità dedica nella stessa opera ampi approfondimenti. Quasi a voler glissare su una contraddizione di cui aveva consapevolezza.
Questa sequenza evidenzia un’impasse non risolta, che rispecchia il conflitto interiore di Wollaston tra il suo pensiero evoluzionistico e l’impossibilità di affermarlo. Se Hadrus illotus e H. cinerascens sono specie diverse, nella visione creazionistica derivano da due atti creativi (il ricorso sempre confermato a distinti nomi specifici chiarisce che Wollaston riconosceva esplicitamente la separazione tra i due taxa); se si tratta della stessa specie l’atto creativo è singolo, a prescindere dalle differenziazioni sopraggiunte. Se però due entità originariamente unitarie si sono diversificate per effetto dell’isolamento e delle condizioni geologiche diverse, significa che da una singola specie creata per azione divina ne sono de-rivate due come conseguenza di processi adattativi. Una chiara negazione della costanza delle specie; implicitamente una condivisione, almeno per gli Hadrus, della visione darwiniana, che però Wollaston non poteva ammettere dichiara-tamente, forse nemmeno a sé stesso, impedito dalla sudditanza nei confronti delle verità rivelate. Per questo nell’opera del 1856 si era smarcato da Darwin, limitando la variabilità all’ambito interno alle singole specie e sottolineando che le sue conclusioni derivavano non dal credo religioso ma dalle osservazioni e dall’applicazione del metodo scientifico. Tra le argomentazioni a sostegno di ciò aveva indicato l’assenza di prove sul fatto che qualche specie si fosse evoluta in un’altra: ma è quanto lui stesso, anche se con espressioni prudenziali, aveva scritto per le due specie di Hadrus, e questo tre anni prima che Darwin pubblicasse la sua opera fondamentale.
In un saggio degli anni Novanta Cook, impegnato in interessanti studi sui molluschi terrestri di Porto Santo, ha voluto dar credito alla libertà di pensiero affermata da Wollaston; Machado al contrario, nell’opera del 2006, ha indicato le sue contraddizioni come esempio della “perturbaciòn que el conocimiento re-velado introduce en la mente cientifica” (cook, 1995; machado, 2006). Costretto ad un equilibrismo conflittuale, Wollaston ne è stato interprete e vittima. Fino all’ultimo Darwin aveva sperato di vederlo tra i sostenitori dichiarati delle idee evoluzioniste, e chiaramente glie lo aveva fatto capire. Resta il fatto che, senza citare i contrasti, aveva fatto tesoro delle conoscenze e intuizioni da lui elaborate, riportandole ripetutamente pochi anni dopo a supporto del suo “Origini”.
La “pestilent abstraction”
Quanto avvenuto negli anni successivi è storia nota. Pochi mesi dopo la pubblica-zione dell’opera sulle origini delle specie compare, nella prestigiosa rivista “Annals and Magazine of Natural History”, una recensione in cui la teoria di Darwin viene qualificata come “pestilent abstraction”, “like dust cast into our eyes to obscure the workings of an Intelligent First Cause of all”. Un’astrazione pestilenziale, che butta polvere negli occhi per oscurare l’operato dell’intelligente Causa Prima. La recensione non è firmata, ma Darwin capisce subito che è opera di Wollaston. In risposta ad una lettera di Lyell, che individuava come possibile autore anche il reverendo Lowe, compagno di ricerche di Wollaston, esprime questa certezza basandola sui riferimenti alla fauna di Madera e più ancora sullo stile carico di parentesi: “I am perfectly convinced … that the Review in Annals in by Wollaston: no one else in the world would have used so many parentheses”12. Volutamente o meno Wollaston aveva fatto marcia indietro, sconfessando le aperture che aveva condiviso con Darwin con parole la cui esplicita durezza forse era rivolta anche a sé stesso, come autoconvincimento, quasi un “vade retro Satana” che rifletteva il suo travaglio interiore. Allineatosi al diktat della chiesa, e riconoscendo a questa il ruolo di depositaria delle verità, non poteva permettersi eresie. Era giunto così ad accusare Darwin di buttare polvere negli occhi, mentre un macigno sui suoi, impedendogli di accettare e sostenere le conclusioni cui conduceva il suo pensiero, lo portava a contraddire anche la coerenza scientifica della quale era stato per altri aspetti grande interprete.
È bene ricordare, come evidenzia anche machado (2006), che Wollaston all’e-poca aveva 38 anni: aveva bruciato le tappe nella ricerca in campo, nello studio tassonomico, nelle pubblicazioni ed anche nelle deduzioni; ma la sua età gli aveva consentito una maturazione e sedimentazione del pensiero inferiore a quella di Darwin, e non gli avrebbe dato sufficiente forza su posizioni divergenti rispetto al pensiero ufficiale del mondo accademico e tantomeno del mondo clericale. Per di più la tisi da cui era afflitto lo rendeva più vulnerabile anche nei rapporti sociali, e forse lo teneva più legato alle sicurezze offertegli dalla fede. Infine è da ricordare che, a differenza di Darwin e Wallace, le esperienze lontane dall’Inghilterra erano state per lui frequenti ma relativamente brevi, tali da non consentire un distacco dal mondo che lo aveva espresso, e condotte in gran parte assieme al reverendo Lowe, cappellano della chiesa anglicana di Funchal (cui aveva dedicato in latino la monumentale opera del 1854). Il viaggio di Darwin col Beagle era durato molti anni, dal 1831 al 1836, durante i quali il solo richiamo alla fede ortodossa gli proveniva dal capitano del brigantino; ben altro dalla cappa mantenuta costantemente su Wollaston dalla chiesa anglicana. Indotto dalla sua stessa ortodossia, o costretto dalla pressione del mondo di cui era parte, Wollaston aveva fatto una scelta di campo drastica, lanciandosi in un conflitto amaro che mortificava le conclusioni cui portava il suo pensiero e che investiva rapporti di amicizia e stima inquinandoli per di più con l’ambiguità dell’anonimato.
Un conflitto su cui Darwin aveva preferito mantenere un basso profilo: in risposta a Bates, che faceva riferimento alle recensioni ostili pervenute da più entomologi (Wollaston e Murray, cui Bates aveva aggiunto erroneamente Westwood), si era limitato a dichiararsi non turbato da quegli attacchi (“I care nothing about their attaks”)13. In risposta al geologo Lyell, che aveva considerato come l’autore della recensione anonima, pur se “very orthodox”, evidenziava predilezione per lui,
Darwin aveva osservato con durezza come Wollaston, “like all hostile men”, avesse ignorato le motivazioni tassonomiche, morfologiche ed embriologiche, allineandosi col vescovo di Oxford che aveva stigmatizzato l’opera quale “the most unphilisophical work”; ma aveva apprezzato al tempo stesso l’intelligenza dell’autore, visto che solo pochi punti travisavano i contenuti della sua opera. Un attestato della stima e un braccio teso, al di là della crudezza dell’attacco su-bito, tanto che il rapporto di amicizia, superato quel conflitto, non è mai venuto meno. Già pochi mesi dopo lo scontro frontale Wollaston aveva scritto a Darwin dicendogli che, se detestava la sua teoria, nella stessa misura ammirava il coraggio (machado, 2006); e in questo quadro di riavvicinamento può essere letto il fatto che i riferimenti alla visione creazionistica sono molto più prudenti nelle opere successive, cosa che può essere interpretata quantomeno come volontà di non alimentare un conflitto doloroso.
Il passato e il presente
Una riflessione è opportuna sul perché il pensiero evolutivo sia maturato, fino alle opere di Darwin e Wallace, proprio nell’Inghilterra vittoriana, nonostante le premesse possano essere largamente individuate nell’opera di grandi naturalisti continentali. Leggendo “L’origine della specie” si rimane stupiti di fronte all’im-mensa quantità di conoscenze che Darwin evoca di continuo, con interpretazioni spesso acute, quali presupposti per le sue conclusioni; e ancor più sorprende la visione geografica che fa da sfondo alle argomentazioni, estesa pressoché a tutto il mondo. L’Inghilterra coloniale, coi suoi possedimenti e con la potente flotta, offriva ai suoi numerosi e agguerritissimi naturalisti possibilità di confronti tra flore e faune, in gran parte insulari, superiori alle opportunità di cui godevano i naturalisti del continente, impegnati in prevalenza negli studi sul territorio o in esplorazioni via terra; e non c’è dubbio che le ampie possibilità di confronti, anche per esperienze vissute in prima persona, avessero aperto scenari di rifles-sione e di sintesi più favorevoli. Non a caso Darwin e Wallace hanno creato le fondamenta per l’evoluzionismo e per la biogeografia dopo lunghe esperienze, oltre che in Sudamerica, in arcipelaghi oceanici; e nel novero sarebbe rientrato anche Wollaston, se in quella pagina di storia le imposizioni dogmatiche non avessero avuto il sopravvento sul suo stesso pensiero.
Le righe seguenti riprendono le riflessioni di Lorenzo Munari condivise in un dibattito tenutosi al Museo di Storia Naturale di Venezia nel 2009, al termine di una mia conferenza sulle peculiarità dell’entomofauna di Porto Santo. Mi piace richiamarle come conclusione ricordando la sua visione sempre puntuale, razionale e propositiva.
La vicenda scientifica e umana di Wollaston ci riporta al confronto col presente. Oggi il rapporto tra la visione evoluzionistica e quella creazionistica, anche quando propositivo, non investe la ricerca. Le argomentazioni sostenute dal neocreazionismo, movimento il cui scopo è quello di riaffermare il creazio-nismo senza richiami alle Scritture, partono comunque dalla creazione come presupposto senza il quale non si può spiegare l’ordine del creato; talora con interpretazioni che accolgono l’evoluzione riproponendo il “disegno intelligen-te”, senza il quale non potrebbe esistere la complessità dei viventi; ma spesso anche con posizioni negazioniste che esulano dalle conoscenze più elementari sull’evoluzione e sulla biologia stessa, nonostante l’idea darwiniana, nella sua essenza, abbia trovato e trovi continui riscontri e perfezionamenti nello svi-luppo delle scienze moderne. La visione creazionistica, legittima e rispettabile nell’ambito del pensiero individuale, finisce così, spesso, con l’alimentare uno
scontro confondendo i piani, implicando convinzioni e motivazioni14 su terreni estranei alla scienza.
Nell’Inghilterra di metà Ottocento, al contrario, l’autonomia o la non autonomia della scienza rispetto alla religione originava un conflitto, tra pensiero razionale e verità rivelata, che spaccava al proprio interno il mondo scientifico, inclusa, come nel caso di Wollaston, l’interiorità di singoli studiosi. Ed è sintomatico il fatto che l’attacco di Wollaston a Darwin, con esplicita affermazione della priorità dei dogmi di fede, sia stato ospitato in una prestigiosa rivista scientifi-ca. Ben difficilmente oggi una rivista scientifica qualificata si presterebbe, per una semplice questione di ruoli, a dar voce a posizioni imposte da assolutismi religiosi o ideologici.
Le posizioni contrapposte emergevano allora da studiosi, per lo più figli di un ceto legato a visioni tradizionalistiche, che in più casi avevano condiviso esperienze, co-noscenze e intuizioni; con la discriminante che per molti le imposizioni dogmatiche non erano superabili e potevano essere cercati solo degli accomodamenti, mentre per altri, a partire da Darwin e Wallace, era risultato possibile guardare oltre, verso interpretazioni e deduzioni emergenti dal pensiero razionale senza i vincoli posti da verità aprioristiche. Il rapporto tra Wollaston e Darwin offre in questo testimonianze emblematiche, a partire dai prodromi, quando Darwin, ritenendo di poter annoverare Wollaston tra i sostenitori dichiarati dell’evoluzionismo, gli chiedeva di trarre le conclusioni dalle contraddizioni che lui stesso ammetteva di incontrare, fino allo scontro e alla risposta di Darwin, che, osservando come la durissima recensione di Wollaston avesse volutamente evitato di esaminare precise argomentazioni scientifiche, implicitamente lo aveva posto – come gli altri “hostile men” – fuori dal confronto e quindi fuori dal metodo scientifico.
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