Andrea Rodighiero (1892-1917) e i primi studi sul Neocomiano dei Sette Comuni

Attività SVSN Scienze della terra Andrea Rodighiero (1892-1917) e i primi studi sul Neocomiano dei Sette Comuni

Riassunto

Nel centenario della morte di Andrea Rodighiero si ricordano i suoi studi sulla stratigrafia del Cretaceo inferiore dell’Altopiano dei Sette Comuni e sulla sistematica degli Ammoniti del Neoco-miano veneto. Le sue ricerche bio e litostratigrafiche permisero di correlare le serie neocomiane del Sudalpino veneto con le classiche successioni franco-svizzere.

Abstract

Andrea Rodighiero (1892-1917) and first studies on Neocomian of Sette Comuni.

In the centenary of Andrea Rodighiero’s premature death we remember his research on the lower Cretaceous stratigraphy of Altopiano dei Sette Comuni and on the neocomian Ammonites of the Veneto.

Premessa

Andrea Rodighiero svolse i suoi studi liceali e universitari nei primi anni del Novecento e le sue ricerche geologiche sui terreni cretacei dell’Altopiano dei Sette Comuni fra il 1913 e il 1915. La sua formazione intellettuale e le sue ri-cerche avvennero perciò durante la rivoluzione scientifica dell’inizio del secolo scorso. Le conoscenze della fisica, della chimica e delle scienze naturali ebbero allora un’incredibile accelerazione. In quegli anni infatti gli studi di genetica di Thomas H. Morgan e Alfred H. Sturtevant ponevano le basi della map-patura dei loci genici e quelli di G. H. Hardy e W. Weinberg della genetica di popolazione, contemporaneamente le ricerche sulle galassie di George Ellery Hale e Edwin Hubble portavano alla scoperta dell’espansione dell’Universo e quelle dei coniugi Pier e Marie Curie, di Joseph John Thomson e di Ernest Rutherford aprivano la strada agli studi sulla radioattività, ad un nuovo modello atomico e, anni dopo, alle prime datazioni assolute delle età della Terra. Anche la visione della Terra si stava modificando e metteva in discussione la staticità dei continenti, nel 1912 Alfred Wegener formulò la teoria della Deriva dei Continenti e nel 1915 pubblicò La formazione dei continenti e degli oceani, che presentava in forma compiuta la sua rivoluzionaria teoria.

All’inizio del Novecento la ricerca scientifica era perciò quanto mai dinamica e sembrava possibile superare ogni ostacolo, grande o piccolo che fosse, e così anche le soluzioni delle complesse correlazioni stratigrafiche, che l’Ottocento aveva lasciato aperte, sembravano allora a portata di mano. Andrea Rodighiero volse la sua attenzione proprio ad una di queste questioni: alla correlazione fra le successioni del Sudalpino e quelle continentali del Cretaceo inferiore .

Il Sistema Cretaceo nell’Europa occidentale inizia con una trasgressione marina che interessò il continente Laurasia; questa permise ai geologi europei dell’Ottocento di individuare il limite Giurassico-Cretaceo e di suddividere il Cretaceo inferiore in diversi piani, corrispondenti alle diverse facies sedimentarie pro dotte da questa trasgressione. Omalius d’Halloy, nel 1822, utilizzò per primo il termine Cretaceo, senza dargli però una chiara definizione, ma aprendo di fatto l’interesse scientifico su questo sistema. Nella prima metà dell’Ottocento fu pure introdotto il termine Neocomiano, dalla località svizzera di Neuenburg, nei pressi di Neuchâtel, inquadrando così più correttamente le successioni stra-tigrafiche del Cretaceo inferiore. D’Orbigny nel 1842 fece seguire al Neoco-miano il piano Aptiano, sulla base della sequenza litologica affiorante vicino ad Apt, nella Francia meridionale. Nel 1846 il Neocomiano fu individuato da de Zigno anche nelle Alpi venete, si poneva così il problema del confronto e della correlazione delle sequenze delle Alpi Meridionali con le classiche successioni europee.

Fig. 1. Schizzo stratigrafico di Achille De Zigno, sul suo quaderno di campagna, che mostra la disposizione a sinclinale dei terreni mesozoici nell’area Asiago – Gallio; si noti al nucleo il Neocomiano e la Scaglia (Fondo Alberto Lonigo, foto Guido Roghi).

Nella seconda metà del XIX secolo, il Cretaceo inferiore fu suddiviso in diversi piani. Édouard Desor, nel 1853, definì il piano Valanginiano che prendeva il nome dalla località di Valangin, a settentrione del lago di Neuchâtel in Svizze-ra. Alcuni anni dopo, nel 1861, Henri Coquand propose il piano Barremiano sulla base delle sequenze da lui studiate nel dipartimento francese di Barrème e nel 1869 il piano Berriasiano, con cui inizia il Sistema Cretaceo. Quest’ultimo piano prende il nome dal paese di Berrias et Casteljau nella regione di Ardèche in Francia. Infine nel 1873 Eugène Renevier istituiva il piano Hauteriviano sulle sequenze affioranti presso Hauterive, località posta sulla sponda del lago Neuchâtel in Svizzera. Venivano così definiti, in Europa, nell’arco di trent’anni i piani alla base del Cretaceo (Berriasiano, Valanginiano, Hauteriviano, Barre-miano e Aptiano) anche grazie alle significative faune ad Ammoniti presenti nelle successioni franco-svizzere.

Nelle Alpi Meridionali la successione stratigrafica del primo Cretaceo si pre-senta però diversa da quella franco-svizzera. In questo periodo il Sudalpino si trovava a settentrione del continente di Gondwana e vi si depose una sedi-mentazione marina senza soluzione di continuità dal Giurassico superiore al Cretaceo inferiore. Il Cretaceo inferiore appare perciò abbastanza uniforme e quasi completamente rappresentato da un’unica unità litologica chiamata allora Biancone nelle venezie e Maiolica per le successioni lombarde.

Le ricerche geologiche e paleontologiche del primo Ottocento avevano visto impegnati nelle Alpi Meridionali Antonio Tommaso Catullo e Achille de Zi-gno, quest’ultimo, nel biennio 1846 – 1847, pubblicò vari articoli sul Cretaceo inferiore e le sue ricerche lo portarono, nella seconda metà dell’Ottocento, ad esaminare anche le successioni mesozoiche dei Sette Comuni (Fig. 1 e 2). Gli studi sul Cretaceo inferiore alpino si erano però rivelati ostici e problemati-che apparvero subito le correlazioni con le serie d’oltralpe, soprattutto per la litologia uniforme del Biancone e la mancanza di valide località fossilifere ad Ammoniti.

Fig. 2. Gallio in un disegno del 1869 sul quaderno di campagna di Achille De Zigno (Fondo Alberto Lonigo, foto Guido Roghi).

Nella seconda metà dell’Ottocento si interessarono alle successioni del Biancone Taramelli (1882), Secco (1883),che campionò anche a Foza ed a Cima Eker, Rossi (1883) e Balestra (1896). Questi autori, su base paleonto-logica, riconobbero a livello locale, nel bassanese e nel trevigiano, i piani Va-langiniano e Aptiano. Parona (1890) fece il punto sulle ricerche e conoscenze acquisite sul Cretaceo inferiore del Veneto, concludendo che le faune fossili indicavano la presenza dei piani Valanginiano, Hauteriviano, Barremiano e Ap-tiano, ma molto restava ancora da fare per una corretta conoscenza di queste faune e una chiara definizione di questi piani nella successione cretacea veneta: “… non foss’altro per mettere in evidenza la pochezza delle nostre cognizioni sulla serie stratigrafica e paleontologica del biancone, sicchè accorreranno non poche altre ricerche, prima che da noi si arrivi a conoscerla col dettaglio col quale il ne-ocomiano è conosciuto altrove; nonché per dimostrare l’opportunità di procedere ad una revisione della fauna del neocomiano nostro, traendo profitto dei materiali sparsi nelle collezioni private e nei musei del Veneto.”(Parona,1890) illustra bene questa situazione anche quanto scritto da Giorgio Dal Piaz nel 1907 nella sua monografia Le Alpi Feltrine : “Fu giustamente osservato che se la prima divisione dei terreni secondari fosse stata proposta in base alla successione della serie alpina, la ripartizione in piani e la scelta dei confini che separano le diverse formazioni non sarebbe certamente conforme al sistema oggidì seguito, che si informa a condizioni ambientali spesso profondamente diverse. Questo vale specialmente pel Cretaceo inferiore, che nella regione mediterranea è così intima-mente collegato al Giurese superiore da costituire una vera e regolare continua-zione del Titonico. Per questo fatto da alcuni autori fu spesso confuso un terreno con l’altro e la loro separazione fu tema di discordi pareri e di lunghe discussioni.”“Nelle Alpi Feltrine il Cretaceo … è così contorto e disturbato da non prestarsi a studi di dettaglio, tanto più che i fossili vi sono molto rari. Per questa scarsez-za di fossili, il Cretaceo delle Alpi Feltrine non può essere diviso che in due sole parti: inferiore e superiore.” TuttaviaGiorgioDalPiazsegnalò, verso la cimadel Monte Pavione, una associazione ad Ammoniti riferibile all’Hauteriviano. Il 19 giugno del 1911 Carlo de Stefani consegnava alle stampe il suo “Sunto geologico dei Sette Comuni nel vicentino” che verrà pubblicato l’anno seguente.De Stefani così descrive il cretaceo dell’Altopiano (pagg. 443 -444). “I terreni cretacei compaiono,sempre concordanti, e con passaggio litologico al calcare com-patto, bianco, del Titonico superiore, nel sinclinale mediano, cioè nell’Altipiano in tutta la sua estensione” … “Munier-Chalmas e qualche altro hanno creduto distinguere in regioni vicinissime vari piani e sottopiani della Creta; ma finora di queste minori suddivisioni solo fu supposta l’esistenza nei Sette Comuni dietro indizi vaghi ed incompleti. Solo sono ben note l’esistenza della Creta inferiore o Neocomiano e quella della Creta superiore o Scaglia. ” … “La Creta inferiore, almeno per superficie, è estesissima ovunque; è costituita dal Biancone”… “L’al-tezza delle stratificazioni [del Biancone] è alquanto superiore a 250m.

Elenca poi i fossili segnalati da Parona e Balestra nel Neocomiano dell’Altopia-no dei Sette Comuni concludendo: “Questi fossili appartengono a vari sottopiani del Neocomiano, specialmente all’Hauteriviano; ma, a meno di scernerli arbitra-riamente a tavolino, non parmi possibile per ora distinguere i piani rappresentati nelle varie località”.

Queste erano le conoscenze quando Andrea Rodighiero chiese al prof. Gior-gio Dal Piaz questo argomento per la sua dissertazione di laurea e iniziò le ricerche sul Cretaceo inferiore dell’Altopiano dei Sette Comuni.

Andrea Rodighiero (1892-1917)

Il Veneto nel 1866, dopo un travagliato periodo di occupazione austriaca, si congiunse al Regno d’Italia. Era allora una regione in grave crisi economica e, specie nelle sue aree periferiche, vi fu un’intensa migrazione verso altre regioni d’Italia, d’Europa e nelle Americhe. Cristiano Rodighiero, il padre di Andrea, discese dall’Altopiano dei Sette Comuni prima per studiare e laurearsi a Pa-dova e poi per insegnare matematica nei licei del Regno d’Italia. A Darfo in Lombardia conobbe e sposò Beatrice Fiorini, la madre di Andrea che nacque a Tortona, in provincia di Alessandria, il 20 luglio del 1892. Cristiano Rodighiero fu poi trasferito a Faenza, in Emilia-Romagna, presso il liceo Torricelli e qui Andrea completò gli studi liceali e si diplomò nel 1911. La famiglia Rodighiero, nel periodo estivo, rientrava spesso in Asiago dove Andrea si appassionò alla Storia Naturale ed alla Geologia. Gli fu guida in questa sua passione Carlo De Stefani, che in quegli anni stava studiando la geologia dell’Altopiano. Probabil-mente furono numerose le escursioni geologiche fatte insieme e i momenti di condivisione della comune passione. L’interesse per la geologia crebbe tanto nel giovane Rodighiero che confidò a De Stefani di “volersi dedicare alla geologia e sperar di diventare assistente della Cattedra da me [C. De Stefani] tenuta. Non gli nascondeva io le difficoltà dello studio, il poco conto nel quale si teneva in Ita-lia la geologia scientifica, la quasi impossibilità di ottenere un ufficio fuori al più nell’insegnamento secondario. Ma la volontà di Andrea era ferma:” (DeStefani,1919). Così nell’autunno del 1911, probabilmente su consiglio di Carlo De Ste-fani, Andrea Rodighiero si iscrisse alla facoltà di Scienze Naturali dell’Universi-tà di Padova e qui frequentò la scuola di Giorgio Dal Piaz, e, come riferisce De Stefani, “Maestro e scolaro prestamente si intesero e Andrea prese a compito del suo studio l’ordinamento de’ terreni cretacei del suo diletto Altopiano dei Sette Comuni”. Discusse con il pieno plauso la sua tesi di laurea nel 1915 e nell’ot-tobre dello stesso anno diede alle stampe la Nota Preventiva “Il Neocomiano dei dintorni di Gallio (Sette Comuni)” che sarà pubblicata nel 1916 nel volumeVIII degli Atti della Accademia Scientifica Veneto-Trentino-Istriana. La nota si chiude con questa considerazione “Le osservazioni sopra esposte rappresentano i risultati delle campagne geologiche degli anni scorsi, e attendevano quest’anno di essere completate e suffragate con altri argomenti. Ma le operazione di guerra, che si svolgono sull’Altipiano dei Sette Comuni, non mi hanno permesso di conti-nuare le mie ricerche”. A quelle operazioni di guerra volle invece partecipare etroviamo il suo nome fra i volontari del Battaglione universitario S. Giusto, ma il suo servizio militare fu di breve durata, perché “già gravemente minato da ir-reparabile male” fu congedato dopo poche settimane. Riprese invece i suoi studie “Avendo ottenuto uno dei posti di perfezionamento nell’anno scolastico 19151916 presso l’Istituto di Studi Superiori di Firenze” operò sotto la direzione diCarlo De Stefani. Fu questo un periodo di intenso lavoro ora con la speranza di superare il suo male ora nel timore della fine vicina. Nel novembre del 1916 prima di partire da Firenze lasciò a De Stefani il manoscritto, ormai quasi com-pletato, del suo articolo “Il sistema Cretaceo del Veneto Occidentale compreso fra l’Adige e il Piave, con speciale riguardo al Neocomiano dei Sette Comuni”.

Andrea Rodighiero morirà a Santa Margherita Ligure l’11 febbraio 1917. Il suo lavoro sarà pubblicato a guerra finita, nel 1919, nel volume XXV della Pale-ontographia Italica, la prestigiosa rivista dell’Università di Pisa. La memoria si apre con il necrologio di Andrea scritto da Carlo De Stefani che così si conclu-de: “Accolgano gli scienziati con benevolenza il mesto e doveroso tributo che io e Giorgio Dal Piaz abbiamo dato al nostro caro discepolo, il quale, se la vita gli fosse durata, avrebbe degnamente continuato a servire la scienza e la patria”.

Le ricerche

Andrea Rodighiero segue la suddivisione stratigrafica del Cretaceo allora in uso, che, come si è detto, si basava sulle località franco-svizzere. In quest’area il Cretaceo inizia con una trasgressione marina che segna il limite Giurassico-Cretaceo ed una seconda trasgressione albiano-turoniana divide chiaramente il Cretaceo inferiore dal superiore. “Gli stratigrafi più recenti del nostro Cretaceo hanno adottato la divisione del sistema in tre gruppi o sottosistemi: l’Eocretaceo o Neocomiano coi quattro piani Valenginiano, Hauteriviano, Barremiano, Aptiano; il Mesocretaceo coi tre piani Albiano, Cenomaniano, Turoniano; il Neocretaceo o Senoniano con un numero di piani da noi non ben definiti”. Tuttavia “nel Veneto questa trasgressione non si verifica, perché la deposizione dei terreni cretacei, par-ticolarmente di quelli neocomiani, è avvenuta in un mare discretamente profondo, in una geosinclinale,… ” (A. Rodighiero1919). Di qui le difficoltà nel ricono-scere i piani del Cretaceo veneto e della loro correlazione con le successioni franco-svizzere. La pubblicazione di A. Rodighiero del 1919 si apre perciò con una articolata discussione sul sistema cretaceo del Veneto occidentale, confron-tando spesso i dati delle sue ricerche con quelli presentati dagli autori prece-denti. Vengono inoltre riportati in dettaglio, nei prospetti dei piani cretacei del Veneto occidentale i risultati pubblicati da De Zigno 1861, Pellegrini 1883, Rossi 1883, Balestra 1896, Dal Lago 1899 e G. Dal Piaz 1912. Relativamente ai piani del Neocomiano Andrea Rodighiero precisa: “Gli autori si sono preoc-cupati di distinguerli tutti. I fossili trovati nel Biancone o poco al di sopra, mercè divisioni fatte a tavolino, si potevano raggruppare in associazioni caratteristiche delle quattro età stesse [Valanginiano, Hauteriviano, Barremiano, Aptiano]”,ma “scarse o insufficienti furono le ricerche in campagna” e ciò impedì di rico-noscere le caratteristiche strutturali e litologiche che, all’interno del Biancone, permettevano di distinguere questi piani. Un rilievo geologico puntuale, un’at-tenta osservazione delle caratteristiche litologiche delle successioni studiate e una precisa classificazione dei fossili rinvenuti, che non potevano essere consi-derati “in assise indistinto all’esame petrografico”, era per A. Rodighiero l’unico modo per riconoscere i vari piani. Questi dovevano essere perciò identificati “con doppio ordine di prove paleontologiche e litologiche” (Fig. 3). Per condur-re questa ricerca era perciò necessario individuare un’area con una favorevole esposizione del Biancone, meglio se attraversata da mulattiere o da sentieri che agevolassero un rilievo geologico di dettaglio e lo studio delle successioni.

Ottone Brentari nella sua guida all’Altopiano dei Sette Comuni del 1885 ci informa che c’era una sola strada, interamente carrozzabile, che portava dalla pianura ad Asiago e in altopiano le poche strade “… sono o parte carrozzabili e parte mulattiere, o del tutto mulattiere”. Un quarto di secolo più tardi, nel1910, verrà inaugurata la linea ferroviaria da Piovene Rocchette ad Asiago, ma la viabilità in Altopiano non migliorò di molto. Così quando Andrea Rodighiero percorreva l’Altopiano la situazione stradale era senz’altro migliorata rispetto all’Ottocento, ma nemmeno lontanamente paragonabile con quella odierna. Sarà solo durante la prima guerra mondiale e poi nel primo e nel secondo do-poguerra che l’Altopiano dei Sette Comuni verrà attraversato da quel dedalo di strade carrozzabili che oggi portano, anche il più pigro escursionista, in ogni angolo di questo territorio. I tagli stradali, le numerose cave e le ancor più nume-rose trincee, che solcano in ogni dove l’Altopiano, permettono oggi di seguire agevolmente le successioni rocciose del Giurassico e del Cretaceo, ma non era così ai tempi di A. Rodighiero. Allora i boschi e i pascoli avevano un’estensione maggiore dell’attuale e solo faticose escursioni a piedi e intelligenti interpreta-zioni geo-stratigrafiche potevano far capire le successioni rocciose del Meso-zoico dell’Altopiano, spesso coperte dalla vegetazione. Nelle estati del 1913 e 1914 Andrea Rodighiero percorse e rilevò con grande perizia l’accidentata area montuosa fra i comuni di Foza, Gallio ed Asiago, spingendosi dagli 806 metri di altitudine del Buso di val Frenzela alle cime del monte Miela (1788 metri s.l.m.) o del monte Fior (1814 metri s.l.m.) e sfruttò al meglio la sua conoscenza del territorio e le esperienze fatte con Carlo De Stefani. Grazie ai dati raccolti si proponeva di realizzare una carta geologica 1:25000 dell’area con le relative sezioni, “ … ma le operazioni di guerra hanno attraversato la strada ai miei desi-deri …”. Purtroppo sono andati perduti i suoi appunti, i disegni e gli spezzonidi carta geologica informale che senz’altro aveva realizzato.

Come abbiamo visto la letteratura precedente aveva segnalato numerosi fossili dei piani valanginiano, hauteriviano e barremiano, ma questi rinvenuti “in assi-se indistinte all’esame petrografico” non permettevano una sicura distinzione diquesti piani nel Biancone, era perciò necessario verificare se i “vari piani presen-tavano differenze strutturali e petrografiche che ne permettevano il riconoscimen-to”. Dopo l’ampia esplorazione geologico-stratigrafica dell’Altopiano dei SetteComuni Andrea Rodighiero considera il territorio fra Asiago, Gallio e Foza quel-lo più adatto a tale scopo. Così negli anni 1913-14 rileva in dettaglio l’area ad est e sud-est di Gallio, che presentava una successione litologica del Biancone più favorevole per individuare le varie facies del Cretaceo inferiore. Di conseguenza distinse e descrisse “… i terreni cretacei nell’ordine quale si veggono percorrendo anzitutto due strade che seguono l’asse maggiore del sinclinale di Asiago …”.

La prima, a quota più bassa, parte dalla Busa di Gallio o di val Frenzela (806 m. s.l.m.) dove la successione inizia con il Biancone titonico. Dalla Busa di Gallio prosegue, risalendo la val Frenzela, fino a Contrada Gianesini dove rileva il Biancone valanginiano e sempre seguendo la val Frenzela arriva ai Ronchi di Gallio (circa quota 900). Percorrendo quest’ultimo tratto A. Rodighiero osser-va il graduale passaggio dal Biancone valanginiano al Biancone hauteriviano. Quest’ultimo lo osserva anche sulle pendici del Monte Zomo, sempre sulla stra-da Buso – Ronchi di Gallio, mentre risalendo il Monte Zomo rinviene anche il Calcare barremiano (Fig. 4). Il secondo percorso, a quota più alta, si sviluppa a sud, sud-est di Gallio ed appare più complesso. Le osservazioni geologiche si snodano da Stoccaredo passando per Xaibena, Casera Melaghetto delle Portec-che fino ad arrivare a Ronco di Carbon e Roncoalto di Monte Sisemol, prose-guono poi fino ad Ech ed infine a Gallio. Il Monte Sisemol si rivelò un interes-sante località fossilifera del Calcare barremiano, e poco più a sud, nei pressi di Bertigo, Rodighiero potrà campionare una ricca fauna hauteriviana ed infine a Cima Eker anche un’interessante fauna valanginiana. (Tab. 1 e 2).

Biancone e affioramento di calcare
Fig. 3. (Sx) frammento di Biancone hauteriviano della Val Frenzela contenente impronta e contro impronta di tre ammoniti, i due classificabili sono in basso Phyllopachyceras winkleri e in alto Crioceratites cfr. nolani ; altezza totale lastra cm 18.
Fig. 4. (Dx) affioramento del Calcare barremiano, oggi parte sommitale della Maiolica, sulle pendici del Monte Zomo.
Fig. 5. (Sx) Pygope cfr. catulloi nel Biancone titonico, oggi litofacies basale della Maiolica (base
Pygope cm 6).
Fig. 6. (Dx) uno degli esemplari valanginiani di Lytoceras quadrisulcatum, oggi rotetragonites quadrisulcatus, studiati da Andrea Rodighiero. L’esemplare, diametro max cm 3, proviene da Val Pozzetta e non è stato figurato nell’articolo del 1919 (Ammonite depositato presso il Museo di Geologia e Paleontologia dell’Università degli Studi di Padova).

Il rilevamento geologico di queste aree gli permise di suddividere il Biancone in varie unità litologiche strutturalmente e litologicamente distinte, correlabili, grazie ai fossili raccolti, con i piani delle classiche serie franco-svizzere. Nella sua Nota Preventiva del 1916 così le descrive:

  1. “In concordanza sul titonico rosso riposano gli strati del Biancone titonico a Terebratula (Pygites) diphya Col. e a Phylloceras ptycoichum Qu.
    È un calcare assai compatto, a grana finissima, cereo, bianco avorio, con frattura tipicamente concoide, ad angoli vivi in corrispondenza della calcite spatica che contiene. Al contatto col titonico rosso ha più spesso un aspetto nodulare, con noduli rivestiti da teca argillosa verdognola.” (Fig. 5)
  2. “Il Biancone valenginiano ha frattura meno tipicamente concoide. È com-patto, a grana molto fine, ha colore bianco niveo opaco. Non contiene calci-te spatica, ma selce in filaretti e arnioni varicolora nelle gradazioni del bion-do, e noduli di sostanze terrose. Rotto di fresco, nel solo passaggio laterale al biancone hauteriviano, è tenuissimamente colorato in cinerognolo.” (Fig. 6)
  3. “Il Biancone hauteriviano si differenzia dai precedenti anzitutto per una leggera tinta cinericcia della roccia. Ha grana meno fina e un piccolo tenore d’argilla e selce giallo-brunastra. Si sfalda più facilmente del biancone valen-giniano; nella parte superiore è macchiato di chiazze cenere scure, impronte probabilmente d’alghe.” (Fig. 7, 8 e 9)
  4. “Per il calcare barremiano non si può parlare di un vero e proprio biancone. Il calcare barremiano ha grana molto meno fina, frattura piuttosto scagliosa: maggior contenuto di argilla: color cenere: selce brunastra o cenere scura: nume-rose impronte di alghe. Talvolta contiene esili interstrati di argilla giallo bruna. È stratificato più sottilmente del biancone hauteriviano: assai più sfaldabile, prepara un abbondante pietrisco sui pendii. Di solito è assai ricco di fossili, non sempre in condizioni da permettere un sicuro riferimento specifico.” (Fig. 4).

Come si è visto il Cretaceo inferiore del Sudalpino ha caratteristiche diverse dalle coeve successioni franco-svizzere, era perciò necessario anche un esame del suo ambiente deposizionale. L’opinione allora prevalente riteneva che le successioni del Biancone si fossero depositate in un ambiente batiale, tuttavia A. Rodighiero (1919) faceva notare che “… spesso si sono comparati tra loro ter-mini che non mi sembrano giustamente confrontabili. Ricchi giacimenti fossiliferi di una ristretta località furono posti a lato di quelli molto poveri di regioni assai estese.” Come fece, ad esempio,Haug(1887) che confrontò con il Biancone i

“… giacimenti di Puez presso Corvara nel Trentino”. Rodighiero riteneva invece che le affinità e le differenze faunistiche si evidenziavano meglio se si confron-tavano fra loro i fossili provenienti da successioni stratigrafiche più precise, così confrontando “… i giacimenti della Collina Muntiella sullo spiazzo di Puez…” con quelli “ di Cima Eker e M. Sisemol di Gallio” evidenziò che mentre “… nei giacimenti di Puez [i fossili]mostrano che si è in presenza di un deposito sedi-mentato in acque molto profonde: … Tali condizioni si verificano meno bene nei miei giacimenti.” Nelle sequenze sedimentarie di Cima Eker e di Monte Sisemoll’associazione “di specie stenoterme e di altre euriterme probabilmente accenna a una zona di transizione fra il limite della regione bathiale e i primi depositi della regione con fauna di tipo misto intermedia fra quella bathiale e l’altra neritica.”A. Rodighiero dimostrò così ancora una volta l’importanza di uno studio dei fossili strettamente collegato alle rocce che li contengono, non solo per fini stratigrafici, ma anche per le ricostruzioni degli ambienti sedimentari e del loro divenire nel tempo. Le sue ricerche sul campo e i suoi studi geo-paleontologici gli permisero infine di affermare:

Il vecchio problema di stratigrafia veneta intorno a una regolare divisione dei piani neocomiani, ha avuto una risoluzione quasi completa per i dintorni di Gallio. Colà sono distinguibili con doppio ordine di prove paleontologiche e petrografiche il Biancone valenginiano il Biancone hauteriviano e il Calcare barremiano. Anco-ra non è bene accertata la presenza dell’Aptiano.

Questi sedimenti furono deposti in acque profonde; e appartengono al tipo alpino della provincia mediterranea. Però il nostro Neocomiano non ha un assoluto ca-rattere bathiale, sembrando molto vicino a regioni con fauna di tipo misto.

Gli studi paleontologici

Parona (1890) nel suo breve articolo “Sopra alcuni fossili del Biancone Veneto” caldeggiava “di procedere ad una revisione della fauna del neocomiano nostro, traendo profitto di materiali sparsi nelle collezioni private e nei musei del Veneto.” Questo invito fu raccolto da Andrea Rodighiero “Fu mio proposito di iniziare uno studio completo e metodico sui fossili neocomiani sparsi nelle varie collezioni e di procedere a una graduale revisione quale si augurava il Parona …”, ma lamorte prematura, nel febbraio del 1917, non gli permise di realizzare questo progetto. Nel manoscritto lasciato a Firenze nel novembre del 1916 lo studio sistematico delle faune ad Ammoniti era senz’altro pubblicabile, ma non erano ancora stati fotografati molti esemplari e di altri lo studio non era completo. De Stefani, che nel 1919 ne curò la pubblicazione, precisa “se l’Autore avesse atteso da sé alla pubblicazione avrebbe corretto e completato qualche parte, forse dato un giro diverso a qualche altra, perfezionata la descrizione di alcuni gruppi di specie

… ”. Così l’esemplare di Ancyloceras che “Massalongo raccolse nel Veronese e donò al De Zigno che lo classificò come Hamites sp. n.” sarebbe stato fotografatoe anche la sua descrizione sarebbe stata completata con un nome specifico. Nome specifico che fu proposto da De Stefani, in nota alla descrizione della specie fatta da A. Rodighiero, “Proponiamo per questa specie che l’Autore non denominò,il nome di Ancyloceras Rodighieroi De Stefani ” (Figg. 10 e 11). Simile è il caso del Toxoceras cornuelianum che De Stefani inserisce nell’elenco delle specie, senza alcuna descrizione, ma precisando “Questo nome porta un Toxo-ceras di Enego, nel Museo di Padova con cartellino compilato dal Rodighiero”.

Malgrado questi limiti la parte sistematica dell’articolo del 1919 resta una for-midabile revisione del materiale depositato nei Musei geologici universitari di Firenze, collezione Secco, di Padova, collezioni Catullo e De Zigno, di Pavia, collezione Rossi e di Pisa e di quello conservato nel seminario di Padova, colle-zione Caregnato, e nei Musei civici di Bassano, collezione Ballestra, di Verona, di Vicenza e di Asiago, il cui materiale andò poi disperso durante le operazioni militari nell’Altopiano.

Fu uno studio complesso anche perché le classificazioni proposte nell’Ottocento non erano soddisfacenti e come scrive A. Rodighiero (1919) “Gli appunti critici che si possono muovere ai paleontologi della nostra fauna neocomiana, mostrano a nudo le difficoltà che si incontrano a determinare i fossili eocretacei.” Difficoltà che così riassume: “ricco polimorfismo delle ammoniti”, “difficoltà di leggere le tracce della linea lobale”, “i fenomeni di convergenza nelle ornamenta-zioni della conchiglia sono frequentissimi”, “non v’ha sempre accordo fra i carat-teri ornamentali dei gusci e quelli affermati dai modelli interni” ed infine lo statodi conservazione “in pochissimi casi soddisfacente”. Malgrado queste difficoltà riuscì a dare un prezioso contributo alla conoscenza di queste faune e cercò di indagarne sia la biodiversità che gli aspetti evolutivi. Ad esempio riporta l’ipo-tesi che il Phylloceras semisulcatum del Valanginiano si sia evoluto dal Phyllo-ceras ptychoicum del precedente Titonico superiore, o suddivide “le moltissime ammoniti del Veneto” che figuravano nelle collezioni come Astieria Astieriana d’Orbigny nelle due linee evolutive indicate dai generi Astieria e Spiticeras. Lo studio di questi taxa lo portò anche a confrontarsi con la loro ampia variabilità e con la difficoltà di interpretarla in sistematica. Così se da un lato sentì la neces-sità di istituire numerosi nuovi taxa (Astieria catulloi, A. balestrai, A. paronae, A. destefani, A. dalpiazi, Spiticeras rectecostatum, S. paronae, Spiticeras ? detoni)“per comodità di studio e per stabilire i confronti più minuti fra i miei esemplari e quelli già figurati e descritti in Francia e in Svizzera”, dall’altro sente il doveredi precisare:

Le varie forme che distinguerò sono fra loro intimamente collegate, così che è lecito qualche dubbio sul rispettivo riferimento dei campioni all’una o all’altra di esse, ed anche è lecito fare parecchie riserve sull’opportunità di averle così distinte e polverizzate in gruppi, cui è difficile attribuire un esatto valore nelle larghe va-riazioni offerte”. Esprime così in modo chiaro un ricorrente problema della pa-leontologia: dare più spazio nella classificazione delle faune fossili alla variabi-lità delle forme o alla ricerca delle vere specie biologiche. Problema che risolve con la condivisibile affermazione “conviene che chi può, chi ha molti esemplari, di nuovo si accinga a studiare tutto l’argomento con coraggio ed equilibrio” e, nelnostro caso, “è desiderabile che i paleontologi francesi solvano questo compito.” Questo compito, almeno in parte, fu svolto dagli studi degli ultimi trent’anni e il genere Astieria ne è un esempio: Sharpe nel 1856 studiando le faune ad ammoniti del Valanginiano sudafricano istituì la specie Ammonites Atherstoni, anni dopo d’Orbigny , nel Valanginiano franco-svizzero, descrisse la specie Am-monites Asterianus. Su quest’ultima descrizione si basa l’Astieria astieriana di-scussa da Rodighiero, che inserisce in questo genere la sua nuova forma Astieria catulloi (Fig. 12). Gli studi recenti hanno dimostrato che i tre taxa appartengo-no ad un’unica specie politipica, Olcostephanus atherstoni (Sharpe, 1856), composta da numerose popolazioni locali ad ampia variabilità morfologica. Queste popolazioni erano diffuse, durante il Valanginiano, nei mari che separavano ad ovest il Sudafrica dall’America latina e ad est si aprivano nell’oceano della Tetide. Olcostephanus atherstoni colonizzò l’area occidentale di questo oceano formando popolazioni distinte, come L’Astieria catulloi di Rodighiero del Su-dalpino, e l’Astieria astieriana di d’Orbigny delle successioni franco-svizzere. Insomma un bell’esempio di specie politipica a diffusione globale, spiegabile grazie alle attuali conoscenze sulla dinamica terrestre.

Ammonite
Fig. 13a e b. Ammoniti inglobati in noduli di selce, che ne ha parzialmente sostituito la struttura originaria, sono state segnalate e studiate da A. Rodighiero, a:
Lytoceras cfr. subfimbriatum dal biancone di Ronco di Carbon (diametro max cm 6), b:
Astieria catulloi dal biancone di Enego (L’esemplare, di circa cm 5, è depositato presso il Museo di Geologia e Paleontologia dell’Università degli Studi di Padova).

I paleontologi dei primi anni del Novecento non avevano queste conoscenze, ma ne iniziarono il percorso, come A. Rodighiero che contribuì ad una migliore comprensione delle faune neocomiane ad ammoniti del Sudalpino veneto e ad un loro più corretto confronto con le faune delle successioni franco – svizzere.

Ringraziamenti

Un ringraziamento particolare va a Paolo Rodighiero, nipote di Andrea, per i dati che mi ha fornito e per la pazienza con cui ha seguito questa mia ricerca. La mia gratitudine va inoltre a Giampietro Braga, Vittorio Dal Piaz e Guido Roghi per le informazioni e i consigli che mi hanno dato ed a Mariagabriella Fornasiero che con gentilezza e competenza mi ha fornito i dati sulle collezioni storiche studiate da A. Rodighiero. Le ricerche nell’Altopiano dei Sette Comuni sono state fatte con il determinante appoggio di mio fratello Massimo e la collaborazione di Anna Mazza. Un grazie sincero va a Fiorella Bellio, Giuseppe Borziello, Emanuela Danieletto, Lorenzino Faccioli, Giacomo Masato per l’aiu-to prestatomi nelle ricerche bibliografiche. Infine desidero ringraziare Stefano Drei del Liceo Torricelli di Faenza per i preziosi documenti che ha messo a mia disposizione.

Tab. I. le località studiate da Andrea Rodighiero suddivise stratigraficamente.
– sulla strada Buso-Ronchi di Gallio.
– poco sopra Ronco di Carbon, risalendo le pendici di M. Sisemol.

Biancone titonicoBiancone valanginianoBiancone hauterivianoCalcare barremiano

Xaibena di Gallio sotto cas. Melaghetto


Stoccaredo


M.te Spil di GallioM.te Spil

Contrada Gianesini o de li Busi di Gallio

Buso di Gallio o di valBuso di Gallio o di val Frenzela

Frenzela




M.te Zomo*


M.te ZomoM.te Zomo


Bertigo


M.te MalagoM.te Malago


MelaghettoMelaghetto



M.te Sisemol (1242 slm)



Ronchi di Sotto**



Costa di Gallio

Sotto la Croce di Longara


Croce di Longara (1527 slm)


Costalunga d’AsiagoCostalunga

M.te Catze d’Asiago (1223 slm)M.te CatzeM.te Catze

M.te Tondo d’Asiago (1219 slm)


Cima Eker d’Asiago (1366 slm)


Cima M.te Miela (1788 slm)


Cima Fior di Fosa


Cima M.te Fior (1824 slm)


Sorgenti val Fontana

Tab. II. distribuzione stratigrafica delle specie segnalate nell’Altopiano dei Sette Comuni da Andrea Rodighiero (1919).
I nomi dei generi e delle specie riportati sono quelli presenti nella sua memoria del 1919.
Con il progredire delle conoscenze spesso in paleontologia i vecchi generi perdono significato e vengono sostituiti. Ad esempio d’Orbigny nel 1841 istituiva Ammonites infundibulus, Am. quadrisulcatus e Am. honnoratianus, ma gli studi successiviproposero per queste tre specie di ammoniti due diverse linee filetiche: i Phylloceras e i Lytoceras. Così i generi di queste tre specie cambiarono in Phylloceras infundibulum (oggi Phyllopachyceras infundibulum) e Lytoceras quadrisulcatum e Lytoceras honnoratianum. In seguito,nella seconda metà del secolo scorso, le due specie di Lytoceras furono inserite in due distinte linee evolutive, rispettivamente Protetragonites (P. quadrisulcatus) e Leptotetragonites (L. honnoratianus).
La classificazione odierna dei generi è perciò diversa da quella di A. Rodighiero, ma la sua classificazione specifica e la distribuzione stratigrafica delle specie da lui proposta restano comunque attendibili.

Biancone titonicoBiancone valanginianoBiancone hauterivianoCalcare barremiano

Aptychus diday


Aptychus seranonisAptychus seranonis



Aptychus



angulicostatus





Duvalia lata




Duvalia grasianum



Belemnites sp. ind.




Phylloceras


ptycoichum



Phylloceras semisulcatum


Phylloceras diphyllum



Phylloceras thetysPhylloceras thetys


PhyllocerasPhylloceras


infundibuluminfundibulum


Phylloceras winkleriPhylloceras winkleri

Lytoceras quadrisulcatum


Lytoceras honnoratianum



Lytoceras


subfimbriatum



Lytoceras



densifimbriatum



Lytoceras raricinctum



Lytoceras cfr.



puezanum



Lytoceras phestus



Costidiscus



recticostatus

Lissoceras grasianum


Neocomites neocomiensis


Thurmannia cfr. thurmanni


var. allobrogica


Barriasella cfr. privasensis


Hoplites epimeloides


Saynoceras verrucosum


Astieria sayniAstieria sayni

Astieria spp.



Astieria scissa


Astieria jeonnoti


Pictetia inermisPictetia inermis


Parahoplites


angulicostatus


Holcodiscus


intermedius


Holcodiscus incertus


Polyptichites


bidichotomus


Crioceras duvaliiCrioceras duvalii


Crioceras nolani


Crioceras quenstedtiCrioceras quenstedti



Crioceras emerici



Costidiscus aff.



nodostriatus



Pulchellia pulchella



Desmoceras



cassidoides



Desmoceras difficile



Desmoceras ind.



Silesites vulpes



Toxoceras elegans




Pygites diphya



Antinomia triangulusAntinomia triangulus

Pygites diphyoides




Pygites euganeensis





Pholadomja malbosi



Pecten alpinusPecten alpinus

Bibliografia

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